I grandi classici – Cecità di José Saramago, quattro passi nel buio, nell’epidemia, nella distopia

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Fosse possibile uscire a saccheggiare come di consueto le librerie (…), in questo periodo, con una certa forma di ironia sarebbe sicuramente in testa alla classifica dei libri più venduti, probabilmente anche davanti a La peste di Camus (ben distanziato, il Decamerone, ché ‘nsomma con quell’italiano arcaico che non si capisce niente…), mentre pensiamo che Nemesi di Roth sarebbe ancora più distaccato. Parliamo naturalmente di Cecità, del premio Nobel per la letteratura José Saramago, uno dei suoi testi più famosi che ora, stante lo stato di emergenza prodotto dal Covid-19, viene considerato profetico. E istruttivo.

José Saramago

In realtà, dovrebbe essere ovvio, non è possibile pretendere capacità profetica da Saramago, che pure nel romanzo (dal titolo originale Ensaio sobre a Cegueira, che venne in Italia semplificato per la paura che il termine “saggio” scoraggiasse il lettore, notazione che non è di poco peso) tratta effettivamente di una micidiale quanto improbabile epidemia di cecità; quantomeno, non relativamente all’epidemia in sé e per sé, né ad una pandemia che dir si voglia, quanto piuttosto alla gestione della pandemia da parte delle autorità preposte, e delle reazioni globali della gggente allo stato di emergenza.

Cecità poteva quindi diventare un best seller del momento, oltre ad essere ovviamente già un long seller; altra cosa è pensare che sarebbe stato effettivamente letto dai sui acquirenti oltre un paio di capitoli o tre. Saramago usa qui lo stile che gli è proprio, quindi di lenta e difficile lettura anche per il bibliofilo smaliziato, figuriamoci per quello che ha sentito che: narratore esterno onnisciente ma sconosciuto, che usa un sistema paragrafematico che porta lo stile vicino a quello del flusso di coscienza (ma con la narrazione in terza persona), abolendo qualsiasi punteggiatura tranne virgole e punti fermi, senza nulla che evidenzi il dialogo tranne una maiuscola in mezzo al periodo e dopo la virgola, e con paragrafi di lunghezza inusitata per il lettore medio contemporaneo – quello che ha bisogno di sentirsi dire il tempo medio di lettura per i post, per intenderci. Tutto ciò, per raccontare una storia terribile, ambientata in un tempo ed in un luogo imprecisati, con protagonisti di cui viene omesso il nome: la storia appunto di un’epidemia di cecità, improvvisa e inspiegabile, che colpisce l’intera popolazione. Volendo, la sinossi si può anche fermare qui, dato che poi l’intera narrazione diventa una gigantesca metafora che, attraverso l’illustrazione di catastrofiche reazioni psicologiche, mostra un’umanità à la Bosch, con l’anonimo Paese che diventa una Malabolgia.

In Cecità, l’umanità colpita dalla malattia diventa feroce, si abbruttisce e perde progressivamente ogni e qualsivoglia forma di empatia, imbocca una road to hell, sprofonda nell’abbruttimento e nella degradazione. Il lavoro di Saramago è straordinario, ma va detto che si tratta della stessa tematica affrontata da sir William Golding. Oppure, siamo noi che vediamo teste di maiale ovunque, e riferimenti a Il Signore delle Mosche, come Betteredge basa la sua esistenza su Robinson Crusoe (d’altronde, perché mai il capolavoro di Defoe dovrebbe essere un riferimento morale inferiore alla Torah, o meno profetico di Nostradamus?). In effetti, il Signore delle mosche non è altro che Robinson Crusoe modernizzato e che risponde ad una domanda leggermente diversa ma complementare – modernizzato rispetto ai tempi di Golding, ovviamente, altrimenti dovremmo andare a parlare di Castaway e di Lost (e tutti debbono qualcosa a Verne e Welles), e finire per concludere ancora una volta che non si inventa niente, in fondo.

Cecità, il film

Dal punto di vista linguistico, la scelta della cecità come soggetto dell’epidemia è felice anche perché mostra quanta parte delle nostre locuzioni idiomatiche siano legate al senso della vista, con effetti di comicità involontaria per i protagonisti del libro e fortemente voluti da Saramago; da quello contingente, evidenzia alcuni aspetti ricorrenti, con la stupida, insensata e demagogica ossessione per il paziente zero. Ma Cecità mostra e si interroga anche sul rapporto con l’autorità, e sulle interazioni di questa con l’epidemia, cosa che quantomeno la situazione nell’Ungheria di Orban ha portato (ma si poteva non aspettarselo?) su un piano di stretta attualità. «In un’epidemia non ci sono colpevoli, soltanto vittime», dice all’inizio uno dei personaggi di Cecità; cosa parzialmente vera e semplificata (ma con ragione, nella circostanza del libro), e che non si può non valutare alla luce dell’affermazione di Miguel Benasayag «Un’epidemia è il sogno del tiranno. Tutti diventano obbedienti per propria volontà».

Del resto, Cecità è anche una distopia, il che sul grande schermo (nel 2008 ne è stato tratto un film omonimo presentato a Cannes, con Julianne Moore e Mark Ruffalo) si nota particolarmente bene; per accertarsene, basta andare al quarto capitolo (per quanto la divisione in capitoli sia impalpabile), dove viene messo in atto l’internamento dei primi malati, a cui viene letto un comunicato con le regole, dalle quali i malati, totalmente ciechi, apprendono che vengono isolati per «un atto di solidarietà verso il resto della comunità nazionale, e che essi non riceveranno cure mediche, né alcun tipo di aiuto o soccorso in caso di emergenza: «gli internati non dovranno contare su alcun tipo di intervento dall’esterno… in caso di morte sotterreranno senza formalità il cadavere nel recinto… chi abbandonerà l’edificio senza autorizzazione verrà immediatamente passato per le armi». In una situazione del genere, è chiaro che il minimo incidente può trasformarsi in tragedia (vedasi anche Paul Auster, ad esempio, Il Paese delle Ultime Cose), anche perché, come in ogni tirannide che si rispetti, la fragilità viene vista come difetto da eliminare piuttosto che come problematica da sorreggere. Per sonno o buio che sia, l’assenza della ragione genera mostri: Saramago è abilissimo ad illustrarceli tutti, dall’indifferenza individuale alla sopraffazione connessa al potere.

La conclusione del romanzo è consolatoria, bisogna dire, per quanto la soluzione sia del tutto al di fuori della portata della conclusione umana: e quindi, per quanto sia andato tutto bene, il pessimismo antropologico di Saramago non trova motivo di dissiparsi. Certo, per parafrasare Gaff, ammesso che quello che succede in Cecità, o nella realtà odierna, sia andar bene.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

 

2 Commenti
  1. andrea maxia dice

    “… il Decamerone, ché ‘nsomma con quell’italiano arcaico che non si capisce niente…” è sempre meglio di un italiano odierno alla deriva,privo,nel suo uso,di struttura e sintassi; senza dimenticare che anche a “quell’italiano” dobbiamo le nostre radici e possiamo affermare che,perdonando la metafora biochimica,sono gli aminoacidi di base con cui si è costruito il corpo proteico della nostra lingua.

    1. Vieri Peroncini dice

      “L’ironia non le si addice, signora”, cit. Piperita Patty. La metafora biochimica è perdonabile, l’assenza di spazio dopo la virgola lo è molto meno: sa, è un aminoacido di base della sintassi. Cordialità.

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