Tra consapevolezza e sogno: perdere il contatto con se stessi

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Il confronto con l’irrealtà non è certo prerogativa unica degli artisti o dei poeti e, se ci si sforza, non è poi così difficile ritrovarsi a far spazio a un po’ di irreale anche nella vita di tutti i giorni. Tanto più adesso che, forzatamente nelle rispettive case, di tempo se ne ha molto di più. Per distaccarsi dalla soglia della consapevolezza basta chiudere gli occhi e dare libero spazio alla fantasia, che può raggiungere lidi conosciuti o delineare tracce mnestiche nuove, che si potranno riprendere in futuro. Per perdere contatto con l’overthinking (pensiero eccessivo), Kabat Zinn ha ideato la tecnica della mindfulness, che permette di concentrarsi su un qualunque stimolo (ad esempio, un acino d’uva) arrivando a sondarne ogni più piccolo dettaglio. Basta poco, dunque, ad occhi aperti o chiusi, per lasciare momentaneamente se stessi (o per entrarci maggiormente in contatto, punti di vista). Sigmund Freud, quando teorizzò l’esistenza dell’inconscio con i suoi meccanismi di causa e effetto, permise di osservare il controllo da una nuova prospettiva.

Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte (Edgar Allan Poe)

Se gli esercizi sopra indicati, dall’ideazione di mondi di fantasia alle tecniche meditative tanto in voga oggi, permettono il distacco rimanendo però a tutti gli effetti ancorati al presente, con l’ammissione dell’inconscio questo non accade. Il controllo del sapere, la preparazione, i pensieri hanno un’importanza pari a zero: nel più profondo antro della psiche, un calderone di impulsi ribollenti sottostà e accoglie quel che sopraggiunge dall’Es, dall’Ego e dal Super Ego, e ne trattiene i segreti più reconditi, quelli vergognosi o indicibili, fino a quelli aggressivi e sessualmente provocatori.

Ma anche l’inconscio dovrà pur trovare la maniera per esprimersi: la via regia è il sogno, che è per Freud un fenomeno psichico pienamente valido e precisamente l’appagamento di un desiderio. Un desiderio, come anticipato pocanzi, indicibile e del quale la persona stessa ignora l’esistenza. L’onirico, con le sue rappresentazioni a tinte vivaci ma anche sotto sembianze d’incubo, è stato rappresentato da numerose personalità. Tra le altre, i contorni ambrati si fanno più sfumati, mentre un velo di viola s’adegua al trasparente mentre scende sul corpo completamente addormentato e in preda ai concitati inviti silenti della notte in Incubo (1781), di Johann Heinrich Füssli. In Salvador Dalì, invece, viene immesso nella scena un ospite che nel sogno sembra solo apparentemente aver smarrito le coordinate: il tempo. I bordi dorati dell’orologio sembrano fondersi, le lancette corvine schizzare chissà dove, magari nella celebre serie di Alice in Wonderland realizzata dallo stesso Dalì (ed esposta a Bruges presso il museo all’artista dedicato).

Il sogno degli antichi e quello dei moderni, nonchè le loro raffigurazioni, restano stabili e non mutano con l’incedere degli scenari nuovi e dei cambiamenti apparenti. Fungerà per sempre da abile traduttore di quel che l’uomo, dapprima illuminista e poi padrone della tecnologia e delle comunicazioni, non potrà mai controllare: l’indicibile, il rimosso, il negato.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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