De Crescenzo: “I miti della guerra di Troia” in parole semplici

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Ci sono tanti modi per raccontare una storia. Le fiabe, i miti, i cartoni animati, e ognuno diverge sia per il contenuto che per la maniera con cui questo viene comunicato. Basti pensare alla differenza di sensibilità che intercorre tra la Sirenetta della Disney e la fiaba reale di Hans Christian Andersen per rendersi contro che alle volte lo stacco tra fantasia e realtà, fanciullezza e adultità sembra invitabile, e talvolta quest’ultima tende a voler imporre un modello più drastico e meno alla “vissero per sempre felici e contenti”. Ma, oltre al contenuto, ciò che fa la differenza è appunto come questo viene comunicato: Luciano De Crescenzo è sempre stato abilissimo a raccontare ogni singola storia, incluse quelle tristi, drammatiche, vigliacche che sono le più difficili, con parole semplici e un velo d’ironia che non impedisce di afferrare i punti cardine della storia, affezionandoglisi.

Bruno Bettelheim, psicologo austriaco, nel libro Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, scrisse che le fiabe e i miti divergono per diverse ragioni: tanto per cominciare, i primi riguardano una realtà diversa da quella quotidiana, mentre nei grandi racconti per piccoli le ambientazioni sono più vicine alla familairità. Inoltre, la differenza è che i miti hanno sovente un epilogo negativo, che si distanzia dalla morale tendenzialmente felice delle storie di Esopo. Luciano De Crescenzo fu un autore, e ancora duole parlarne al passato, che riuscì ad assemblare queste due realtà apparentemente distanti, permettendogli di incontrarsi senza sacrificare nulla degli elementi principali: i personaggi permangono con le loro peculiarità, la vicenda si svolge, il tutto però in maniera diretta e divertente. Questo accade, tra gli altri, nell’opera I miti della guerra di Troia, edito negli anni ’90 da Mondadori

Schliemann disse ai suoi operai: Scusate se vi ho fatto venire, ma avevo dimenticato che era il mio compleanno. Oggi non si lavora. Potete tornare a casa”. Una volta rimasto solo, si mise a scavare con le mani ed estrasse dal terreno decine e decine di bracciali, di diademi, di diamanti e di catenelle d’oro. Scliemann, allora, avvolse tutto in una coperta, poi si portò la giovane moglie in un’attrezzeria, e lì la fece denudare da capo a piedi, per poi farle indossare tutti i gioielli che aveva trovato: “Dio mio” esclamò “ecco di nuovo Elena di Troia!

Questo citato è solo il prologo, nel quale si racconta la verità storica, quandol’archeologo tedesco Schliemann scoprì Troia. Ma il tono non è che un anticipo del resto: le nozze della ninfa Teti con Peleo, la nascita di Achille («era molto bello, e sessualmente parlando era molto attivo, infatti molti del guai vennero fuori dalle sue esperienze amorose») e l’immersione nelle acque dello Stige per renderlo invulnerabile, l’ira di Eris dea della Discordia («tanto per dire, la sua mise abituale era una benda insanguinata intorno alla fronte, cento vipere al posto dei capelli e le vesti tutte stracciate per meglio esibire le orrende ferite; comprensibile che Zeus non la invitò») che gettò il pomo della discordia. E da lì, la disputa per chi meritasse maggiormente l’appellativo di “più bella” tra Afrodite, Atena e Era e la scelta del “giovane pastorello abbandonato dal padre” Paride. Il tutto si concluse con un commento che, riassunto, diceva più o meno così:

E mentre Afrodite si gustava la vittoria, Atena ed era se ne andarono offese e sdegnose, pensando, fin da allora, a come vendicarsi di Paride e di tutta la razzaccia sua, quei brutti figli di Troia!

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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