Arte e psicologia: Manet, una pennellata di rivoluzione, lasciata a metà

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«Fai quello che vedi, che senti, che vuoi»

Un monito che dovrebbe valere per qualunque vita, da quella intrepidamente fragile di Oscar Wilde alla movimentata frenesia che caratterizzò l’esistenza di Edouard Manet. Il pittore francese si rifiutò di diventare un magistrato, si arruolò in marina e a diciassettenne anni finì per frequentare la rinomata bottega di Thomas Couture. Si ritrovò ad ascoltare e d’implicito imitare un maestro saldamente ancorato ai dettami dell’epoca, devoti a un involucro psicofisico incastrato in anni di puritanesimo. Non fu unicamente l’inghilterra, infatti, a permearsi di quella patina d’ipocrisia, bensì anche la Francia se la trascinò dietro nei secoli, al punto di limitare, tra le altre, la sincera espressione dell’arte.

Accadeva già ai tempi in cui il Vasari scelse il nome Venere di Urbino all’opera di Tiziano per camuffare le nudità della protagonista, e nella medesima maniera la censura continuò nel XIX secolo. Il nudo non poteva essere accettato se non attraverso riferimenti evidenti, o al massimo metaforici, alla letterature, all’arte, ai grandi miti e alle storie di ieri. Ancorare i corpi vivi di uomini e donne alla banalità della sopravvivenza, limitarli al loro essere esposti a un mondo in cui sono preda dei rossori imbarazzati dell’amore e in cui esperiscono i singulti dovuti ai traumi sarebbe stato troppo. Non si era ancora pronti: maschile o femminile, l’imperfezione estatica della scissione mente-corpo non poteva essere ritratta fedelmente. O almeno, non dalla maggioranza. Dopo l’apertura a gran richiesta del Salon des refusès nel 1863 grazie a Napoleone III, artisti quali Sisley, Degas, Courbet e lo stesso Manet ebbero un luogo in cui poter sdoganare la realtà scevra da merletti di cortesia.

La nudità di una donna, il suo candido niveo pallore e gli occhi neri rivolti allo spettatore dell’opera in Colazione sull’erba così come una massa di capelli fulvi legati in un bocciolo di rossa e il collarino corvino di Olympia legato intorno al collo mentre una mano sfiora il pube: Manet infranse le regole. E per questo ricevette critiche, venne deriso dalle cravatte nere inquisitrici troppo cresciute e ormai dimentiche della leggerezza che quelle camicie azzurre righettate di bianco aristocratico svolazzanti nelle avventure mondane dei Grand Tour avevano vissuto. Eppure, nnostante le riproduzioni senza mezzi termini e d’avanguarde, Manet non si svicolò mai dalla società e dai Salon ufficiali. Per tutta la vita, dietro i blu vivi dei tessuti sereni, oltre gli ombrellini dorati, rincorse un’approvazione che mai arrivò.

La fantasia pulsionale che, eterna, emana dai suoi quadri, racconta però l’innovazione che Manet stesso conferì all’arte, che a suo modo sfigurò la morale antiquata: ogni forma esistente è da sempre corpo nudo, e con gli anni può farsi narcisista o al contrario scoprirsi inesperto, e talvolta ipocrita. Gli sguardi degni di accurate interpretazioni del non verbale serbano pensieri che la fantasia non si stancherebbe mai di indovinare: indecenti, curiosi, infedeli, ribelli, ma anche sinceri, talvolta felici, in ogni caso vivi. A suo modo, Manet fu un refusè, che per difinizione comunicare che, al fine, siamo fluente caos psicosomatico.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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