Perché dovremmo addentrarci “nel contagio” di Paolo Giordano

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Paolo Giordano

Paolo Giordano – autore de La solitudine dei numeri primi che a soli venticinque anni l’ha portato al successo letterario con la vincita del Premio Strega e del Premio Campiello Opera Prima, e un dottorato in fisica, in questo frangente di attualità ci regala uno scritto lucido ed essenziale che ci permette di riflettere su quanto ci sta succedendo intorno, anzi, dentro di noi. Si intitola Nel contagio, edito per le collezioni del «Corriere della Sera», una sessantina di pagine, non la mole di un romanzo, bensì una raccolta di pensieri e di spiegazioni suscitate in corso d’opera di questa pandemia globale.

Giordano, sin dalle prime pagine, si mostra perentorio, pur nella drammaticità di questa affermazione: «Quanto sta accadendo non è un incidente casuale né un flagello. E non è affatto nuovo: è già accaduto e accadrà ancora». Probabilmente, la sintesi della nostra paura si nasconde qui, perché un evento del genere deve riaccadere? E soprattutto tra quanto tempo, per quante volte, in che maniera. A questo punto si scatena un dilemma che racchiude tutti gli altri: le nostre certezze che abbiamo sempre pensato di avere salde, che fine fanno? Paolo Giordano scrive lucidamente anche di ciò, per quanto sia difficile rassegnarsi a una verità simile: «l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte», per il semplice fatto che nelle circostanze attuali non dobbiamo dimenticarci di ciò che ci può veramente dare certezza e risposta, la matematica. In molti, probabilmente, non capiamo nell’immediato, ma la formula che lo scrittore ci offre è la seguente, e la scommessa – o la sorpresa – è che ha a che fare con le nostre relazioni:

Perché la matematica non è davvero la scienza dei numeri, è la scienza delle relazioni: descrive i legami e gli scambi tra enti diversi, cercando di dimenticarsi di cosa sono fatti quegli enti, astraendoli in lettere, funzioni, vettori, punti e superfici. Il contagio è un’infezione della nostra rete di relazioni.

Dunque, il presente virus Sars-Cov-2 e la relativa malattia Covid-19 ci stanno insegnando più di quanto avremmo immaginato, di quanto avremmo scommesso, sicuramente circa settimane fa, quando non volevamo credere a questa realtà surreale e alienante che invece ci sta fagocitando. Tutte le nostre forze e i nostri sacrifici al momento sono congiunti per questo obiettivo: far sì che Erre-con-zero abbia un valore inferiore a 1. Paolo Giordano, con una scrittura essenziale anche per chi (come me) non è propriamente portato per le questioni scientifiche, ci spiega che ogni epidemia ha il proprio cuore in un numero, appunto Erre-con-zero, e che più tale numero – da cui dipende l’epidemia – è elevato, più l’epidemia cresce in maniera esponenziale proprio perché sempre più persone vengono contagiate velocemente, come biglie, come un effetto domino. E in questa catena siamo dentro tutti, tutti noi Suscettibili al virus: quasi sette miliardi di persone al mondo.

Più spiegazioni abbiamo davanti agli occhi, più domande si affollano nella nostra mente di conseguenza. Ci chiediamo quale andamento avrà tutto questo, e vorremmo credere a un percorso lineare, ma «ecco un altro modo che il virus ha trovato per spiazzarci», il suo sembrare fuori controllo. «In realtà, è la natura stessa a non essere strutturata in modo lineare. La natura preferisce le crescite vertiginose o decisamente più morbide, gli esponenti e i logaritmi. La natura è per sua natura non-lineare». Un’altra evidenza, un’altra verità che ci fa rimanere attoniti, eppure lo sapevamo già, ce ne “lamentavano” già ogni volta che dicevano qualcosa del tipo, sì, la natura si sta ribellando contro di noi, si, sta riprendendo il proprio spazio.

Dunque, sto cercando di riassumere quanto il libricino di Paolo Giordano possa essere ricco di spunti, ma la riflessione non si esaurisce qui, c’è ancora così tanto da pensare, c’è ancora così tanto tempo da sfruttare per fermarci un po’. Fermarci per chiederci innanzitutto come stiamo, se stiamo bene, perché è evidente che troppe volte lo abbiamo dato per scontato, e la durezza dei tempi ci avverte proprio del contrario.

Ma vorrei toccare un altro punto sul contagio affrontato dallo scrittore: il senso della comunità. Come possiamo leggere, la comunità cui far riferimento non è quella del nostro quartiere o della nostra città, nemmeno quella nazionale o europea, bensì la totalità degli essere umani. Quelli Suscettibili e quelli Ultrasuscettibili, cioè quelli che a differenza nostra, non potranno contare sulle medesime risorse a disposizione, e allora sarà l’inferno. Giordano ricorda di aver visitato in passato una missione di Medici Senza Frontiere nella Repubblica Democratica del Congo, ricorda un luogo disumano per la miseria evidente e radicata, osservata coi propri occhi. E lo scrittore si chiede, se Sars-Cov-2 arrivasse là – e ahimè è già sulla strada – cosa ne sarebbe di quella realtà? Quale abisso peggiore potrà toccare ancora? Qui sta il significato di una comunità, per quanto facciamo fatica ad immaginare una solidarietà vera e propria: «il loro destino, anche se sono geograficamente molto lontani, ci riguarda molto da vicino». E a questo, Giordano fa un passo ulteriore: siamo una comunità di essere umani ma soprattutto una parte di un ecosistema molto più ampio e molto più fragile. Anche questa è comunità vivente.

In conclusione, le parole di Paolo Giordano mi hanno portato a pensare che, in fondo, ognuno di noi vorrebbe già aver espresso queste riflessioni – a patto che ci dimostriamo concordi, ovviamente. Perché, in effetti, nel nostro inconscio è da settimane che balena il pensiero di non rendere inutile questa quarantena. Impiegarla per far sì che tutto non ci scivoli addosso e basta, nonostante tentiamo di essere efficienti ugualmente con il nostro smart-working, con il nostro studio e la nostra casa, o quello che si vuole. Allora, l’invito che l’autore ci fa è il seguente, e speriamo che quando verrà il momento, e davvero verrà, qualcosa avremmo guadagnato comunque – non solo città in rovina, non solo un numero elevato di morti che in realtà non è un numero ma sono storie, non solo qualunque pensiero o situazione che ci riporti alla gravità e all’alienazione.

Nell’epidemia non facciamo altro che contare […]. E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli, i giorni che ci separano da quando l’emergenza sarà passata […].

Oppure possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità ci impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremmo riprendere. 

Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.

Addentriamoci nello studio del contagio, non nella sua moltiplicazione esponenziale.

Buona lettura, se vorrete.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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