Il cuore spezzato di Virginia Woolf, tra letteratura, amore e politica

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«Non c’è nessun cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente». L’aforisma soprastante potrebbe essere definito un Assioma dell’Illusione e dell’Inquietudine (non sappiamo se Pessoa lo apprezzasse, ma avrebbe dovuto): schiere, orde, torme di individui in grigio lo han fatto e lo fanno proprio, illudendosi di avere un’autonomia di pensiero laddove non sanno nemmeno cosa ciò significhi, salvo poi farsi dire cosa pensare da Barbara d’Urso, da Carlo Cracco e Beppe Grillo. Ma certo, non tutti (per usare un delicato eufemismo) hanno la forza d’animo e la lucidità di Virginia Woolf, nata a Londra il 25 gennaio 1882 e morta troppo presto a Rodmell il 28 marzo del 1941, come è noto autrice del nostro incipit.

Tra una cosa e l’altra, la Woolf trovò il tempo di diventare una delle figure della letteratura più influenti del suo tempo, autrice di romanzi come Orlando, Gita al faro e La signora Dalloway, che verranno tradotti in oltre 50 lingue, che assieme ai saggi Le tre Ghinee e Una stanza tutta per sé daranno vita all’usuale pletora di riduzioni e traduzioni teatrali e cinematografiche (ci sentiamo di segnalare qui la trasposizione per il grande schermo della vita della Woolf  The Hours, tratta a sua volta dall’ottimo e omonimo romanzo di Michael Cunningham, in cui la scrittrice è interpretata da Nicole Kidman).

Più volte, parlando di numi tutelari della letteratura, abbiamo usato il termine attualità per rendere conto della validità dell’opera letteraria: ed in effetti è questo un metro di giudizio valido, tanto più in funzione della distanza temporale. Ma nel caso di Virginia Woolf è più adatto usare un termine parente, per quanto parente prossimo, che trattasi di modernità, ed è una modernità su entrambi i piani fondamentali della narrazione. Dal punto di vista tematico, infatti, buona parte dell’opera di Woolf si occupa della condizione femminile vista vuoi sotto il profilo della discriminazione (Una stanza tutta per sé), vuoi sotto quello storico della predominanza della figura maschile (Le tre ghinee), vuoi ancora sotto quello della relazione fisica-sentimentale tra donne (Orlando), influenzato dalla relazione che la scrittrice ebbe con Vita Sackville-West, a sua volta poetessa e scrittrice. Inoltre, Woolf fu critica anche in modo aspro rispetto alla classe media britannica, che reagì a volte etichettandola superficialmente come priva di profondità, in modo questo sì superficiale e del tutto gratuito.

Anche sul piano tecnico, Virginia Woolf appare assoluta innovatrice: lasciate le pastoie della narrazione tradizionale, elimina il dialogo diretto e lo sviluppo della trama per puntare decisamente al flusso di coscienza, in maniera rapportabile a Joyce, Proust e Svevo. Woolf punta quindi decisamente sulla dimensione psicologia e soprattutto sullo sviluppo emotivo dei suoi personaggi, in totale assenza di una cronologia precisa in virtù di continui spostamenti in avanti e all’indietro sull’asse temporale, il tutto come avvolto, immerso in un brodo primordiale fatto di ricordi, sensazioni, paure, sentimenti. Il tutto, naturalmente, arricchito da un’estrema raffinatezza espressiva, con un linguaggio a volte ridondante, fatto comunque di continue metafore, allitterazioni, assonanze e similitudini (per citare solo le più comuni figure retoriche adoperate dalla Woolf), tanto per chiarire che il flusso di coscienza non è terreno di scontro adatto ad ogni cavaliere. Oltretutto, ovviamente, una trama c’è nei racconti della Woolf: ma in piena assonanza esistenzialista questa è estremamente esile, i fatti raccontati sono ordinari per non dire banali (l’organizzazione di una cena, ad esempio, ma in questo vediamo dei prevedibili riflessi vittoriani), che però vengono elevati a paradigma interiore dalla tecnica e dalla tematica.

Ma a questo punto dobbiamo chiarire che, nonostante questa mole impressionante di punti di interesse per l’opera della Woolf multiforme, per la Woolf-scrittrice, per la Woolf-saggista, per la Woolf-attivista, quello che ci appassiona maggiormente è la figura della Woolf-persona, per quanto sia possibile conoscere una persona attraverso il resoconto episodico degli episodi di una vita, oltretutto così aliena rispetto a noi.

A Virginia innanzitutto, non fu concesso di frequentare alcun istituto scolastico, in ottemperanza agli illuminati precetti della regola educativa vittoriana, per quanto la madre si curasse di darle lezioni di latino e francese, ed il padre le permettesse di leggere dalla biblioteca del suo studio. Nel 1895, a soli tredici anni Virginia venne colpita da un primo grave lutto: la morte della madre. Il padre, anche lui duramente colpito dalla perdita, vendette l’amata casa al mare. Appena due anni più tardi Virginia dovette affrontare anche la perdita della sorellastra, Stella, e del padre nel 1904. Nel frattempo, lei e la sorella Vanessa Bell subirono abusi sessuali da parte dei fratellastri George e Gerald Duckworth, cosa riportata nel racconto autobiografico Momenti di essere. Può stupire il primo serio crollo nervoso? Possono meravigliare i frequenti esaurimenti nervosi, le crisi depressive e gli sbalzi d’umore che hanno caratterizzato la vita della scrittrice tanto che oggi si parla di disturbo bipolare e di psicosi?

Vita Sackville-West

La vita della Woolf fu caratterizzata dalla prolifica, gratificante vicinanza con la massima espressione culturale dell’epoca, fu fatta di frequentazioni di George Meredith e Henry James, di suffragette, di impegno politico, di fabianesimo, di Bloomsbury Group, della la Hogarth Press che pubblicò Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, Thomas Stearns Eliot, James Joyce: e davvero, si può ben dire che Woolf prese il suo cuore spezzato e ne fece arte. Ma dopo un primo tentativo di suicidio nel 1913, il 28 marzo del 1941 Virginia Woolf si recò al fiume Ouse, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare. Nel biglietto d’addio al marito scrisse, tra le altre cose, «Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare», stabilendo per l’ennesima volta il legame indissolubile tra follia, arte, intelligenza, sensibilità e suicidio.

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. 

A. Camus

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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