Eugène Ionesco, l’assurdità della realtà

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immcantatriceEugène Ionesco (Eugen Ionescu, Slatina, 26 novembre 1909 – Parigi, 28 marzo 1994) è stato uno dei più importanti drammaturghi del secolo scorso, caposcuola, se così si può chiamare, di quello che già all’epoca prese il nome di Teatro dell’assurdo. Quest’ultimo non si riferisce a nessuna corrente artistica specifica, non aderisce a ideologie politiche o sociali, né tantomeno si riunisce sotto l’insegna di un manifesto comune. Al più si può parlare di un gruppo di drammaturghi per personalità e idee piuttosto eterogeneo che per un periodo relativamente breve si ritrova a discutere delle medesime tematiche all’interno delle proprie opere ma che rifiuta categoricamente un’etichetta che li definisca univocamente. Va detto, tra l’altro, che non si tratta neanche di argomenti completamente estranei al teatro, anzi, fino a quel momento all’interno della storia del teatro non si era discusso d’altro: la vera essenza dell’uomo, la riflessione sulla comunicazione e le capacità del linguaggio, l’esistenza e i suoi misteri.

Ciò che va riconosciuto al Teatro dell’assurdo è il merito di aver esasperato la discussione su questi temi fino alle sue più estreme conseguenze: la consapevolezza che in realtà la vita è senza senso. La stessa figura di Ionesco era ambigua (è prova il fatto che tutt’oggi la sua data di nascita sia ancora argomento dibattuto a causa della confusione che lo stesso scrittore alimentò durante la sua vita), la sua doppia nazionalità romena e francese, le sue affermazioni in pubblico che rasentavano la sottile linea tra leggera ironia e mesto sarcasmo.

ionescoIonesco è stato il primo a intraprendere questa strada con La cantatrice calva, anti-pièce teatrale messa in scena nel 1950. Prima di quel momento, lo scrittore non si era mai cimentato in opere teatrali, a suo parere il teatro era l’opera d’arte più artificiosa, mancava di ingenuità e allo stesso tempo era incapace di esprimere delle idee senza volgarizzarle o forzarle. Il lavoro di Ionesco fu quello di riportare il teatro nei suoi limiti naturali esacerbando quegli artifici che prima ripudiava come grossolani e far rientrare la drammaturgia nel “teatro primitivo” violento, grottesco, burlesco, eccessivo. Il teatro doveva divenire distorsione della realtà quotidiana.

Sotto le mani del drammaturgo il mondo viene sezionato e ridotto ai suoi elementi più semplici e da questa analisi non si ricava altro che l’evidenza della sua assurdità. Due sono gli strumenti fondamentali impiegati in quest’operazione di ribaltamento del reale: la contraddizione, cioè quel procedimento che porta prima ad affermare con sicurezza qualcosa e poi ad affermarne l’esatto contrario, e la destrutturazione del linguaggio e la sua riduzione a suoni disarticolati. Sotto questo punto di vista, l’opera di Ionesco riprende lo sperimentalismo delle Avanguardie del primo ‘900 in particolare il concetto di defunzionalizazzione del Dada, ovvero, il procedimento attraverso cui un oggetto quotidiano viene privato della capacità di svolgere l’azione per cui è stato concepito (ad esempio l’opera di Man Ray Un cadeau). Ionesco attraverso la composizione di proposizioni illogiche, contraddittorie, decontestualizzate fa in modo che la conversazione impossibile tra i personaggi della commedia infine esploda in una profusione di suoni senza senso che chiude La cantatrice calva. Un altro elemento caratterizzante nella produzione ioneschiana è l’opposizione estrema contro qualsiasi tentativo di uniformazione e riduzione della realtà ad un unico principio. I fatti sono l’unica cosa che conta, gli unici in grado di avvicinarci alla “verità” e di fronte alle atrocità delle due guerre, all’aggressività dell’uomo, ai soprusi e alle ingiustizie che cosa possiamo noi asserire? Un bel niente, se non che il mondo è un’angosciante molteplicità di facce prive di connotazione positiva o negativa e Ionesco è tra i pochi ad avere avuto il coraggio di guardare in questo baratro e riderci sopra.

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Man Ray, Un cadeau

Le opere successive, quelle che lo stesso Ionesco definirà anti-pièces, La lezione (1951), Le sedie (1952), Il rinoceronte (1959), Il re è morto (1962) riprendono gli elementi della Cantatrice calva e li ripropongono. Rispetto al debutto, alla fine della sua carriera il drammaturgo è una figura riconosciuta non solo in Francia (dove diviene accademico) ma anche nel resto d’Europa, in particolare in Italia dove si ritira nell’ultima stagione della sua vita insieme alla moglie. Anziano, il drammaturgo comincia a dipingere soggetti che manifestano un’insospettabile ricerca della divinità. Ma come, ci chiediamo, un uomo che rinuncia a dare un senso all’esistenza adesso può aver bisogno di Dio? Sì.

[…] dico delle banalità, ma le banalità nascondono spesso delle verità. C’è forse una consolazione nel dirsi che la realtà è irreale, tutto passa, tutto se ne va, non resta più niente. È per questo che è irreale. E sono, come lo sono alcuni […] alla ricerca di un punto fisso e immutabile, alla ricerca del sacro. Il sacro è l’imputrescibile, è ciò che è fondamentale e che rimane. Tutto il resto sparisce ed è la nostra tristezza, forse, ma soprattutto la nostra consolazione.

Eleonora Bodocco per MIfacciodiCultura

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