Il misterioso e tormentato Vincent van Gogh

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Il misterioso e tormentato Vincent van Gogh

Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente, imbecilli?

Ho tutto ciò che mi serve!

Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!

I mangiatori di patate
I mangiatori di patate, 1885

Queste sono le parole che Vincent van Gogh utilizza per descrivere se stesso in una lettera a Theo. Già da qui traspare tutta la sua angoscia esistenziale, la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, di capirsi e di farsi capire. Cercava un ruolo ben definito e riconosciuto nella società ed esprime questa disperata ricerca nei suoi quadri, travagliati e convulsi. La consapevolezza di essere incompreso lo farà cadere in una profonda depressione, una forma di malattia mentale, caratterizzata da profonde crisi, che lo porteranno al suicidio.

Il 30 marzo del 1853, nella cittadina di Groot Zundert, nei Paesi Bassi, Anna Cornelia Carbentus dà alla luce il suo primogenito, Vincent Willem van Gogh. Il padre Theodorus, pastore calvinista, educò così rigidamente i figli tanto da spingere Vincent a intraprendere la sua stessa carriera ecclesiastica, ma con scarsi risultati. Per fortuna diremmo noi, altrimenti avremmo perso uno dei più innovativi e complessi pittori del XIX secolo.
Ma il padre insisteva affinché Vincent divenisse un predicatore e questo mestiere lo portò a sperimentare da vicino la miseria dei minatori del Borinage, nel Belgio meridionale. Fu un esperienza che lo cambiò, gli fece capire la vera durezza della vita. Infatti il soggetto delle sue tele in quel periodo furono proprio gli umili lavoratori delle miniere e della terra, anche a causa dell’influenza del pittore olandese Anthon van Rappard.

Gauguin e Van Gogh
Gauguin e Van Gogh

Vincent ebbe cinque fratelli e sorelle, ma l’unico che fu capace di comprenderlo e di amarlo fu il celebre fratello Theo. È grazie ai loro scambi epistolari che possiamo tentare di cogliere il significato più profondo delle opere del solitario artista. Theo era un mercante d’arte e forniva a Vincent l’aiuto finanziario per la sua passione artistica, regalandogli colori, pennelli e tele. Il legame tra i due era così forte che Theo non riuscì a sopportare a lungo la morte del fratello: già ammalato di sifilide, all’inaspettata notizia del suicidio, le sue condizioni si aggravarono finché morì sei mesi dopo.

Invece l’amicizia artistica più nota e fruttuosa di Vincent fu quella con Gauguin. Nell’estate del 1888, Theo offrì a quest’ultimo uno stipendio di 150 franchi l’anno se si fosse trasferito ad Arles, assecondando un desiderio del fratello pittore.
Vincent si era spostato nella cittadina della Provenza per scappare dallo stress e dall’inquietudine della metropoli, per trovare la pace interiore. Sicuramente quello che trovò fu l’ispirazione: il contatto con la natura gli generò fortissime emozioni, che lo stimolarono a produrre opere senza sosta. Gauguin, però, non la pensava così. Scrisse che per lui era «tutto piccolo, meschino, i paesaggi e le persone»Non sopportava nemmeno le abitudini disordinate dell’amico, col quale aveva anche differenti opinioni in fatto di arte, oggetto di continue liti. Esasperato, Gauguin decise di tornare a Parigi, ma van Gogh, che lo ammirava moltissimo, lo inseguì per strada e, tornato a casa, in preda ad una crisi psicotica si punì tagliandosi parte dell’orecchio sinistro.

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Lo studioso italiano Antonio De Robertis ha recentemente dichiarato che quest’uomo nella foto potrebbe essere Vincent nel 1888

Le opere di Vincent sono lo specchio della sua anima tormentata e dei suoi pensieri tumultuosi, esagerati e colorati sulla tela. Per questo motivo possono essere lette a più livelli, assumere più significati in base alla sensibilità personale dell’osservatore. In esse ci rispecchiamo tutti, ci immedesimiamo con lui e rivediamo i nostri stessi drammi, i nostri stessi dilemmi. Non importa se l’ispirazione gli sia venuta dalla follia, d’altronde, chi siamo noi per giudicare un pazzo?
Il crescente dramma di van Gogh è visibile attraverso i suoi autoritratti, dove i suoi caratteristici tratti brevi e frammentati diventano, col tempo, sempre più nervosi e i colori diventano freddi e scuri. Nel 1889 entrò spontaneamente in un ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence. Il dottor Peyton gli diagnosticò l’epilessia. Venne ricoverato ma poteva ancora dipingere e si innamorò dei cipressi che vedeva attraverso le sbarre della sua finestra. È in questo periodo che creò il quadro per il quale è maggiormente noto: Notte stellata, un notturno di una bellezza mozzafiato, che lascia basiti di fronte a tanta semplicità ma al tempo stesso tanto significato nascosto.

Campo di grano con volo di corvi
Campo di grano con volo di corvi, 1890

Si trasferì infine ad Auvers, un paesino vicino a Parigi, dove l’ispirazione gli giunse dagli immensi campi di grano. Ma già si poteva presagire ciò che sarebbe accaduto da dipinti come Campo di grano con volo di corvi. La sera del 29 luglio 1890, dopo la sua abituale passeggiata nei campi, venne ritrovato con un proiettile di rivoltella nel petto. Nell’ultima lettera per il fratello Theo, mai spedita, scrisse: «Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità».
La sua morte ha suscitato diversi dibattiti, poiché l’angolatura del colpo inusuale per un suicidio ha dato adito a diverse teorie sull’accaduto. Bisogna però considerare che Vincent aveva già tentato diverse volte di uccidersi per porre fine ai suoi tormenti. Rimane dunque inutile ipotizzare, il mistero rimarrà sempre sepolto nei campi di grano di Auvers.

 

Alice Di Bella per MIfacciodiCultura

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