Erich Fromm: essere, amore e libertà nella società malata

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FrommPsicanalista fedele a Freud con un piglio marxiano (meglio evitare marxista, al vecchio Karl non sarebbe piaciuto) sulla società. Due maestri del sospetto racchiusi in Erich Fromm (Francoforte sul Meno, 23 marzo 1900 – Muralto, 18 marzo 1980), autore caposaldo della celebre Scuola di Francoforte, un istituto di ricerca che dalla seconda metà del Novecento ha rappresentato il pantheon della teoria critica sociale. Tra questi, accanto allo stesso Fromm, è doveroso menzionare Adorno, Horkheiemer e Marcuse, tutti pensatori che hanno dedicato i loro studi al disagio dell’uomo contemporaneo, inserito nella società di massa e del consumo. L’uomo appiattito, monodimensionale, relegato nella vita offesa. Un fenomeno ancora agli albori, nel secondo dopoguerra, che forse molti avevano sottovalutato ma che non è sfuggito alla loro indagine. Riflessioni che molti studenti universitari cominciarono a recepire con grande energia: avevano trovato in Fromm e negli altri delle voci autorevoli per esprimere l’insofferenza verso il sistema e le sue armi, dalla grigia etica borghese alla spietata macchina capitalista. Insomma, ogni movimento del Sessantotto composto da giovani contestatori si è nutrito anche delle parole di Fromm, culminate in quello stesso anno nel libro La rivoluzione della speranza

Ma perché si è giunti a questo? Perché la società del benessere si è rovesciata in una società malata, tesi portante della critica francofortina? Ecco i 3 punti chiave della riflessione di Erich Fromm, raccolti nelle sue opere più note:

1. Avere o essere? (1976)

Come può esserci un’alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che l’essenza vera dell’essere sia l’avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla.

Erich Fromm

La confusione moderna fra due modalità esistenziali opposte. L’Avere è la dimensione del desiderio, dell’accumulo costantemente stimolato da un ordine sociale che ci offre i mezzi: le sirene del mercato attirano l’individuo, perché senza la sua propensione all’acquisto esso non potrebbe auto-riprodursi. Acquisto di oggetti nemmeno così utili, anzi meglio superflui, per costruire un recinto di sicurezza attorno al proprio ego. Ma sono fortificazioni illusorie che ne nascondono la fragilità, o addirittura l’inconsistenza. Alimentato dai nostri desideri, il mercato si erge così a nuova divinità, da adorare coi riti del consumo e da mezzo di sostentamento, quest’ultimo si rovescia subdolamente nel fine ultimo a cui dedicarci. Qualunque etica incentrata sull’Essere rischia di cadere nell’oblio.

2. L’arte d’amare (1956)

L’unico modo per conoscere profondamente un essere è l’atto di amore:

questo atto supera il pensiero, supera le parole.

È il tuffo ardito nell’esperienza dell’unione.

L’arte d’amare non è un compendio di tecniche seduttive, bensì un saggio su cosa significhi amare nell’epoca della merce onnipresente. Persino l’atto creativo e paradossale di due entità che investono energie e sentimenti per conseguire un po’ di felicità, ma senza dissolversi a vicenda, la società riesce a mortificarlo.

Lo stesso concetto di tempo libero è solo un riflesso del ritmo di lavoro. Ogni fonte di piacere e divertimento è preconfezionata, pronta all’uso. In tutto ciò, resiste ancora l’amore maturo, cioè quell’amore che non si riduce al disperato bisogno di qualcuno giusto per non scivolare nelle grinfie della solitudine?

3. Fuga dalla libertà (1941)

L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere.

Spezzate le catene del vecchio ordine, l’umanità si è diretta verso la libertà, sulle ali dell’Illuminismo e del progresso. Eppure non riusciamo a goderne. La desideriamo e temiamo allo stesso tempo. Perché non si tratta solo del fare quello che si vuole, ma di assumercene la responsabilità. Prendere il largo e tracciare una rotta ma senza bussola e senza scuse, ora che “Dio è morto”, quindi se falliamo, chi possiamo incolpare? Non ci resta che tornare nell’alveo del conformismo, della rassegnata normalità che fa di noi atomi terrorizzati dal perdere il contatto con la massa e le sue regole.

Nonostante le delusioni della Storia, la speranza rimane un gesto rivoluzionario abbastanza folle per una cura della società.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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