Luchino Visconti, lʼuomo che si innamorò del cinema

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Una cura maniacale per le ricostruzioni sceniche, uno stile sublime, padre del neorealismo, ammirato e imitato dalle generazioni future, Luchino Visconti, una leggenda del cinema italiano.
Quarto figlio del Conte Giuseppe Visconti di Modrone, proprietario della più grande casa farmaceutica italiana del tempo, Luchino crebbe nell’ozio di una delle famiglie più facoltose dʼEuropa. Si appassionò ben presto all’arte, alla musica classica e ai cavalli tanto che a soli 26 anni era a capo di una scuderia.

Lʼincontro con il cinema avviene nel  1936 a Parigi, come assistente alla regia e ai costumi per Jean Renoir, conosciuto attraverso la stilista Coco Chanel, con la quale Luchino ha avuto una relazione.
Ma il legame con la famosa stilista fu solo passeggero, quello con il cinema fu invece amore, di quelli che durano per sempre. Tutto nella sua vita divenne collaterale al cinema. Quella passione, non divenne solo il suo lavoro, divenne il suo strumento, la sua voce, il suo modo di raccontare la vita e il mondo, la sua arma contro le ingiustizie.

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Il suo avvicinamento alla sinistra, il suo radicale odio per il fascismo, la sua volontà di raccontare realisticamente i drammi quotidiani della gente, trova nel cinema il mezzo dʼespressione e di rivoluzione. Su queste basi nasce la sua prima pellicola, Ossessione, ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte. Lungometraggio che battezzò la stagione neorealista italiana, e che definì quel nuovo stile cinematografico che si assumeva il compito di raccontare un’Italia frammentata e ferita dalla guerra.

Il suo occhio attaccato alla realtà, attento ai dettagli, porta il suo cinema, anche dopo il periodo neorealista, a percorrere i binari della verità, della concretezza. Così i suoi film assumono tratti e stili documentaristici.

La sua ambizione di raccontare lʼItalia, quella autentica, quella vera, sporca, quel Paese arrivato a un crocevia sospeso tra un passato in declino e un futuro incerto, trova spazio in pellicole come Rocco e i suoi fratelli, e il Gattopardo, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Opere che mostrano le sfumature di una società in decadimento, di un moto incessante chiamato progresso che spezza i legami famigliari e ribalta le gerarchie sociali, aprendosi a uno “sviluppo” che nessuno è veramente convinto di volere.

138-luchino-visconti-and-burt-lancaster-1963-720Luchino Visconti muore nella primavera del 1976 colto da una grave forma di trombosi, che lo strappò al suo unico amore, il cinema. Non ebbe mai relazioni durature. Era un uomo bramoso di sperimentare, cambiare, affamato di vita come pochi. Accanto alle storie d’amore vissute in anni diversi con Coco Chanel, Clara Calamai, Maria Denis, Marlene Dietrich e con la scrittrice Elsa Morante, il regista non ha mai nascosto un suo orientamento omosessuale, che trova riferimenti espliciti in molti dei suoi film.
Ma a lui questo non importava granché, l’unico a cui doveva essere fedele, l’unico a cui si sia mai realmente concesso è stato appunto il cinema.

Alberto Selvatico per 9ArtCorsoComo9

 

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