I grandi saggi – “Specchio delle mie brame”, lucida analisi del nostro narcisismo sociale

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Un’avvertenza preliminare: il saggio di Simon Blackburn Specchio delle mie brame – pregi e difetti del narcisismo può e dovrebbe essere letto assieme a Meglio non essere mai nati di David Benatar, entrambi pubblicati in Italia da Carbonio Editore), che già abbiamo recensito: ne risulterebbe una visione filosofica del mondo contemporaneo particolarmente lucida ancorché venata di nichilismo – in effetti, così tanto nichilismo che necessiterebbe esservi adeguatamente preparati.

Va da sé, il saggio di Benatar possiede un titolo che è una dichiarazione programmatica; lo è meno quello di Blackburn, quest’ultimo filosofo del linguaggio che ha insegnato, tra le altre cose, nelle Università di Oxford e Cambridge. Meno programmatico, nel senso che il sottotitolo, quel “pregi e difetti” che fa tanto figura retorica, lascia intendere che nel narcisismo vi possano anche essere dei pregi. Indubbiamente, ognuno può lecitamente vederla a modo proprio (e che narcisista sarebbe, altrimenti?) e ritenere alla Gordon Gekko che l’avidità sia una cosa buona (Greed is good), che «la società non esista e che le rapine perpetrate ai danni del patrimonio comune siano semplicemente un prendersi ciò che è dovuto». È evidente, a questo punto, che uno dei punti di vista con cui Specchio delle mie brame affronta la vexata quaestio del narcisismo é quello socioeconomico. Non è il solo, ché anzi l’autore è prodigo di riferimenti al mito, e quindi all’antropologia, nonché alla filosofia toccando Aristotele, Platone, Kant, Hume, Rousseau, Adam Smith.

Simon Blackburn

Ma come si diceva Blackburn è un filosofo del linguaggio, e quale linguaggio (settoriale? Non solo) rappresenta meglio la comunicazione se non quello pubblicitario? Così, Specchio delle mie brame deve molto, moltissimo del suo impianto di riflessione allo slogan che da lustri martella i nostri padiglioni auricolari e le nostre sinapsi, quel falsamente consolatorio messaggio di valore individuale e universale, fittizio e superficiale) declinato in vari modi, dal “Perché io valgo” a “Voi valete“, un continuo rimando di valori inesistenti caposaldo dell’azienda di cosmesi L’Oréal (il solo messaggio, nel settore, che rivaleggia in odiosità con lo stucchevole Voi valete & C. è il terrificante “La vie est belle” pronunciato da Julia Roberts per Lancôme, ma questa è una nostra opinione).

Qui ci vorrebbe uno stacco di Vanità di vanità di Angelo Branduardi ad introdurre la precisazione che Specchio delle mie brame, parla molto seriamente e in modo assolutamente brillante, romanzesco quasi (nel senso migliore possibile, ossia appassionante) della complessità di concetti quali orgoglio, vanità, autostima e assimilabili, nonché delle reciproche loro interazioni. L’arroganza, ad esempio, viene vista in relazione all’idea di Kant che si tratti di una «richiesta ingiustificata che gli altri pensino male di sé in confronto a noi, una forma di stupidità che agisce in maniera contraria ai propri scopi». Arroganza che, ovviamente, è uno dei tratti caratterizzanti la società occidentale del terziario avanzato, esattamente quella in cui prende a modello un’altezzosità da modelle. La quale cosa, nella quasi totalità dei casi, è un inganno nell’inganno.

Thelma e Louise, i selfie si chiamavano ancora autoscatti

Con Specchio delle mie brame, Blackburn tenta un’impresa titanica, tanto che egli stesso ammette di aver tracciato un quadro non lineare, che però è «uno spiraglio su un mondo più buio, più malvagio». Malvagità che nasce dallo sfruttamento cinico di un gigantesco fraintendimento di fondo di quello che è un lecito amore di sé: Narciso, dice Blackburn, «è dopotutto una figura ridicola e dannata, che simboleggiava la natura altrettanto ridicola e dannata dell’amore di sé».

Fermo restando che per amare gli altri dovrebbe essere necessaria almeno un dose minima di amore per sé stessi: come sempre, il problema è l’equilibrio, e se l’arcinoto aforisma di William Gibson sull’autostima nasconde verità esistenziali profonde (“prima di diagnosticarti depressione o bassa autostima, assicurati di non essere semplicemente circondato da stronzi”), la visione narcisistica della vita è foriera di catastrofi altrettanto gravi – citando Blackburn che cita Smith, «l’assurdo amore di sé in base al quale sembra immaginare che le altre persone si possano sacrificare in qualsiasi momento al suo vantaggio o al suo umore».

È evidente, da una visione anche superficiale di un qualsiasi media o sociale, che il narcisismo pervade la nostra quotidianità, fino al punto che l’ipervalutazione di sé è diventata un vero valore di base per il successo e l’arrampicata sociale: unita alla psicopatia, è addirittura alla base dell’assunzione a ruoli dirigenziali, politici o economici, alla guida della Società. Specchio delle mie brame non è però un manuale di autodeterminazione, bensì una feroce critica ad una caratteristica archetipica dell’animo umano che ha in sé i maggior tratti antisociali pensabili (esiste anche un narcisismo di specie che si chiama antropocentrismo, ma è un altro discorso), con tutte le contraddizioni del caso relativamente all’apparente capacità di inserimento sociale che conferisce il narcisismo.

Quali possano essere le conseguenze ultime del narcisismo estremo è difficile a dirsi, ma ciò non vuol dire che non ci si debba interrogare al riguardo, sebbene difficilmente lo si possa fare al grado di acume a cui arrivano Specchio delle mie brame e Blackburn: ma comunque va fatto, sapendo che

l’irrequietudine del desiderio impedisce che vi sia un punto finale: la vita è un processo, non un prodotto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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