Jim Carroll, il ritorno dal nulla di un adolescente newyorchese

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Lessi il suo libro, Jim entra nel campo di basket, quando avevo quindici anni. Quindici anni in una città come Milano, all’avanguardia su molti aspetti, ma che non mi aveva mai raccontato una storia come quella di Jim Carroll. Il libro è un’autobiografia, pubblicata nel 1978, che ritrovai all’ultimo piano della biblioteca Braidense perché ormai fuori catalogo da anni, e dunque introvabile nelle librerie o su qualche sito internet. La vicenda di Jim, semplicemente non è una vicenda. E’ uno strappo di sangue, sudore, giovinezza, vetri infranti, droga, urla e dolcezza. E’ una testimonianza attiva diretta. E’ tutto crudo. E’ tutto reale. E’ tutto nero. E’ corpo sciupato, magro, alla ricerca dannata di realtà, che si palesa alla coscienza come finzione fantasmagorica. Non esiste poesia, che invece illumina le vicissitudini alcolizzate e benzedrinose  di Kerouac, in cui nelle pause di delirium tremens compaiono angeli sul trampolino dell’abisso che altro non sono che un orgasmo metafisico. Il padre della Beat Generation lesse Jim Carroll, e così lo recensì:

A tredici anni Jim Carroll scrive meglio dell’ottantanove per cento dei romanzieri di oggi (Jack Kerouac)

Conobbi la storia di Carroll, e scovai il libro, dopo aver visto il film in cui Leonardo Di Caprio interpreta il protagonista, Jim stesso: Ritorno dal nulla, del 1995 diretto da Scott Kalvern. Tutto prende avvio nell’autunno del 1963 e si conclude tra la primavera e l’estate di tre anni dopo. Il giovane Jim è a New York, nella bassa East Side, sguazza nella sua prima giovinezza. Ha tredici anni, è appena entrato a giocare nella squadra di basket con un certificato di nascita falso. Il basket è la sua passione, lì ci sono gli amici, il dinamismo ma soprattutto c’è lui. Lui che

Sono solo un bambino, certo, ma che ha capito da che parte tira il vento e che foglia per foglia si sta mangiando un albero intero e prima o poi pareggerò i conti con i vostri stupidi odi e tutti quegli incubi da figlio della guerra che mi abete lasciato nel letto di pene con sogni di bombe che cascano sul burrone al quale sto aggrappato. Magari un giorno solo un libro di otto pagine, non certo di più e ogni volta che se ne gira una un settore del Pentagono se ne va in fumo. Senza palle.

Egon Schiele, “Autoritratto”, 1910

Mese dopo mese, Jim conosce l’eroina. Così, per gioco. Ma diventa un gioco sempre meno divertente, una danza vorticosa priva di qualunque conforto se non la dose, e i soldi per avere la dose, poi uno spacciatore a cui dare i soldi per avere la dose, e poi una panchina per dormire sopra alla dose, perché la camera da letto non c’è più visto che la madre l’ha sbattuto fuori, e le donne con arriva a prostituirsi per la dose sogno onirico non vogliono che il suo corpo. Schiele rappresenterebbe adeguatamente Jim e la sua fisicità, scarna, magra, consumata. Bazzica per le strade di New York come uno di quei disgraziati che Bukowski non vede neanche come eroi: sono comparse smarrite alla perenne ricerca perenne di qualcosa. Che non è la vita, ma non è nemmeno la tristezza vera: è solo disperazione. Ciò nonostante, riecheggiando in parte un momento di Sal Paradise, a pagina 43 c’è un lampo di

Questa sera l’ho fatto di nuovo dopo che tutti gli altri si sono addormentati. Dico della mia famiglia. E’ da una settimana o giù di lì che lo faccio tutte le volte che trovo qualche scusa per restare su fino a tardi, aspettae e uscire. Questa sera me ne sono stato buono a letto, ho seguito la scena al radar, poi mi sono infilato un paio di jeans larghi, una maglietta (rimanendo scalzo) e sono andato su. “Su” è il mio tetto e quello che faccio è semplicemente togliermi tutti i vestiti, starmene cos’ tranquillo per un po’, un ragazzo nudo come mamma l’ha fatto, a guardare la fabbrica delle stelle e a masturbarmi. E? strano? Sarà. Ci siamo solo io e la mia nudità e il respiro delle stelle. Ed è magnifico.

Jim Carroll trascrisse tutto. Trascinò se stesso in un’apologia all’autodistruzione che è pane quotidiano in alcune realtà statunitensi. Con un epilogo positivo: Carroll ne uscì, e mai più ci ricascò. Scriverà Organic Trains nel 1976, che verrà acclamato dagli autori Beat, oltre a numerosi altri romanzi tra cui Jim ha cambiato strada, dove racconta l’uscita dal tunnel della droga. Inoltre, aprirà una band, un gruppo punk. All’età di 60 anni si spense, lasciando dietro di sé il ricordo di chi, in prima persona, una vita l’ha vissuta realmente. E dal buio è uscito. Dal nulla è tornato. E così può accadere a tutti, magari partendo dalla lettura di Carroll.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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