Lezioni d’Arte – Barnett Newman: dipingere il sublime per ritrovare se stessi

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Newman e una donna davanti all’opera Cathedra, 1951

È difficile trovare qualcosa da dipingere che abbia senso quando il mondo che conoscevi sta precipitando. Quando attorno a te esplodono soltanto morte e distruzione, torture e brutalità umane. Davanti agli orrori e al dramma della Guerra Mondiale l’artista americano Barnett Newman (New York, 29 gennaio 1905 – New York, 4 luglio 1970) si sente in dovere di abbandonare la pittura nei primi anni Quaranta. Il mondo dovrebbe fermarsi davanti a tanto dolore e così anche l’arte. Le sofferenze degli altri sono anche le sue. Newman è umano, è sensibile e non può rimanere indifferente. Le sue origini ebraiche, i genitori costretti a scappare dall’Europa dell’Est e a rifugiarsi negli Stati Uniti sono il motivo principale di questa riflessione: fare tabula rasa di ciò che era stata la pittura fino ad allora. Comportarsi come se non fosse mai esistita e ricominciare da capo.

Tornerà con il pennello sulla tela, dopo anni di silenzio, solo dopo aver trovato veramente qualcosa da dire. Gliel’hanno insegnato i surrealisti: dipingere l’invisibile. Utilizzare la pittura come uno sfogo liberatorio, senza regole, senza costrizioni. Quello a cui da origine Barnett Newman è la rappresentazione del sublime, un mondo trascendente in cui rifugiarsi per ritrovare se stessi. La propria identità, messa in crisi dalle ultime vicende storiche, ritrova un significato quando l’artista si apre alla creazione artistica. Le pennellate intense, libere e dal colore puro, si diffondono sulla tela generando forme monocrome totalmente astratte. Non c’è alcun limite, alcuna illusione.

Al colore Newman affida tutta la potenza espressiva.

L’artista è una personalità essenziale del movimento americano dell’Espressionismo Astratto, nato a New York negli anni Quaranta, soprattutto di quel filone chiamato dal critico Clement Greenberg Color Field Painting, che esprimeva sensazioni attraverso grandi campiture di colore. La tela diventa un campo d’azione in cui agire liberamente e per il pubblico diventa un’esperienza da vivere, nella quale immergersi totalmente. Ecco perché per Newman e i suoi un elemento essenziale della nuova arte doveva essere la grande dimensione. Tele monumentali che dovevano essere osservate da una posizione molto ravvicinata per poter avvolgere ed estraniare l’osservatore. Riuscire a portarlo per un momento in un’altra dimensione, quella trascendentale e sublime. Per la prima volta i risultati a cui erano arrivati i pittori americani con le loro personalissime ricerche si distaccavano dall’arte europea e aprivano una strada tutta autoctona.    

Barnett Newman e Betty Parsons con The Wild, 1950

La vita artistica di Barnett Newman ricomincia dal 1948, che fu per lui una rinascita ed un nuovo inizio. Interessato alla qualità della sua materia rispetto al contenuto, comincia ad utilizzare un colore che fosse molto intenso sulla tela: una vernice acrilica fatta da pigmento ad olio e tempera. Una volta steso il colore crea una profondità unica con la superficie pittorica in cui non esiste più alcuna traccia del segno manuale dell’artista, delle sue sbavature o macchie di colore. Esiste solo la piattezza, l’unità, la compattezza. Il fondo sembra una distesa infinita. Ad interromperla c’è solo una fascia luminosa, dal colore bianco, che rompe l’equilibrio e dona significato al dipinto. Quelle strisce luminose che Newman definisce zip dividono ed uniscono allo stesso tempo le parti del quadro, coincidono con la sua altezza. Sono sprazzi di luce che irrompono sulla scena, che rappresentano l’esistenza umana. Sono rilevanti in questa distesa di nulla. L’artista le trasforma anche in sculture tridimensionali. La banda verticale compare nella produzione di Newman per tutta la sua vita, fino al 1970, anno della sua morte.

La loro verticalità è la proiezione dell’uomo moderno. Mettersi davanti a queste zip, osservarle da vicino, a lungo, ci porta a immedesimarci in loro. Sono frutto della creazione, un’eterna esistenza. Significano presenza, significano vita.

Barnett Newman è riuscito ad esorcizzare il dramma della condizione umana, la tensione, la paura abbandonando ogni tipo di oggetto e figurazione. Qualsiasi retaggio che possa ricordargli la realtà. Si è rifugiato in un mondo intimo e spirituale e per farlo ha utilizzato la dimensione monumentale.

Si è immerso nell’infinito perché il sublime è qui ed è ora.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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