Concreto e astratto: a metà, il luogo di transizione delle libere associazioni

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Anni e anni fa, durante una delle prime lezioni presso una scuola dalle sembianze mnestiche per nulla rarefatte al pensiero odierno, in un’aula con le pareti di legno e le imposte verdine, appresi la prima distinzione importante: quella tra concreto e astratto. Concreto è il banco, la gomma, la lavagna, la montagna, mentre astratto è un pensiero, l’immagine del banco, della gomma, della lavagna nonché quella incantata della montagna.

Artist: Jay Bigam

Anni dopo, sempre in un’aula di scuola ma coi banchi più grandi e le pareti ocra, grazie alla lettura del piccolo principe di Anton de Saint-Exupery consigliata da una delle più grandi insegnanti della mia vita, appresi la seconda distinzione importante: concreto e astratto coesistono. Come?

Esiste il mondo reale, con la grammatica solida e ben strutturata, ma al contempo l’antologia, che insegna come le menti dei grandi scrittori abbiano combinato insieme le regole ferree dell’analisi logica con quel qualcosa di più ineffabile, ossia la fantasia creativa. La scorza di sensibilità singolare è in grado di coadiuvare concreto e astratto, di unire i consigli della ragione con le risposte altalenanti della lotta fra Eros e Thanatos. Una volta appresa questa seconda distinzione, il passo successivo è chiedersi dove accada la conciliazione tra concreto e astratto:

1.Assonanza di suoni – libere associazioni

Vladimir Nabokov, in Parla, o ricordo!, racconta di come, curiosamente, gli sia capitato diverse volte di scrivere non tanto basandosi su schemi prefissati o a seguito di ragionamenti precisi, bensì di selezionare le parole in base al suono che queste evocavano in lui. Ogni vocabolo, disse, è composto da diverse combinazioni sonore, che pronunciate a voce alta o lette per iscritto generano determinate rappresentazioni mentali. Ad esempio, il termine “concreto” a me rimanda spontaneamente a qualcosa di grigio. Poi, a partire dalla singola rappresentazione di cui parla Nabokov, da “grigio” partono le libere associazioni freudiane:

-grigio

-pali

-corsa

-nuvola

Sempre ricorrendo alla tecnica delle libere associazioni, lo stesso si può fare con il vocabolo “astratto”. Stando al rimando sonoro di Nabokov, a me evoca il termine “variopinto”, pieno di colori, da cui

-volo

Marc Chagall, seguito dal rosso vivo delle lingue dell’animale che solca i cieli nivei delle opere del pittore russo naturalizzato francese

2. Rêverie

Se per concreto s’intendono i ritmi circadiani, il normale dispiegarsi del ritmo sonno-veglia e l’occuparsi di mansioni della routine (come lavorare e curarsi della propria persona) mentre per astratto ci si riferisce al sogno (pur essendo consapevoli che, per dichiarazione di Freud, nel sogno l’inconscio segue comunque sempre le regola di un’eziologia causa-effetto, dunque non accidentale), allora si potrà comprendere come vi sia un luogo primario in cui i due opposti s’incontrino: la rêverie. Se il sogno è la via regia per piombare senza difese in un mondo che ci appartiene pur senza conoscerlo appieno (inconscio) ma di fronte al quale non ci si può preparare con armi efficaci nel mondo reale, è solo nella fase intermedia con la veglia che il concreto e l’astratto sigillano un bacio vero con tinte d’irrealtà.

 

Gustav Klimt, “Bisce d’acqua (fidanzate) II”, particolare, (1904)

 

Si è ancora momentaneamente, per pochi assurdi istanti, abbandonati alla dimensione a cui si appartiene, ma in qualche modo le pareti di quella dimensione vanno affievolendosi, come linee lattiginose che acciuffano sempre con minor lena lampi corvini di stimoli sempre più radi. Attimo dopo attimo, la nebbia vortica verso il profumo caramellato che conduce al risveglio o chissà, magari quelle tinte sfumate di rosso abbracciano invece il barattolo blu della notte con le sue stelle gialle.

In realtà, forse Jack Kerouac nel 1957 quando scrisse On the road, affidò a Sal Paradise quanto detto finora:

Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo, che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma
(Jack Kerouac, On the road, 1957)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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