Quanto siamo influenzabili? Seneca e la pericolosità della folla

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Quanto siamo influenzabili? Seneca e la pericolosità della folla

Con la settima lettera di Seneca a Lucilio torniamo a riflettere sul problema dell’equilibrio e dell’identità: siamo sempre preparati a mescolarci alla folla? Il filosofo ci mette in guardia:

Quid tibi vitandum praecipue existimes quaeris? turbam. Nondum illi tuto committeris. Ego certe confitebor inbecillitatem meam: numquam mores quos extuli refero; aliquid ex eo quod composui turbatur, aliquid ex iis quae fugavi redit.

Mi chiedi che cosa tu debba considerare da evitare principalmente? La folla. Non puoi ancora mescolarti agli altri senza pericolo. Certo, io ti confesserò la mia debolezza: non riporto mai indietro le stesse consuetudini che ho portato fuori uscendo; qualcosa di ciò che avevo riequilibrato si scompone, qualcosa di ciò che avevo allontanato ritorna.

Quanto siamo influenzabili? Seneca e la pericolosità della follaNella vita può succedere più di una volta, soprattutto quando si è giovani: si è convinti di aver trovato la propria strada, la propria identità, il proprio equilibrio, e invece puff! Basta cambiare “compagnia” e tutte le nostre certezze cominciano, dolorosamente, a vacillare. Ed è in primis un fatto di opinioni, gusti, passioni: è stando a contatto con gli altri che impariamo a conoscere ed esprimere le nostre preferenze, per imitazione o anche per contrasto. Per questo, tra i ragazzi, si formano tante piccole “tribù”: gli appassionati di manga, gli appassionati di calcio, quelli che sono già fidanzati, quelli che fumano, quelli che ascoltano un certo tipo di musica. Sono gruppi che si compongono e si scompongono quotidianamente, soprattutto nei corridoi e nei cortili delle scuole. Il processo che sta descrivendo Seneca nella sua lettera è, contestualmente, il percorso di perfezionamento filosofico, ma, in senso lato, possiamo leggerci proprio il processo di costruzione di un’identità. Questo è valido anche in età adulta: persino quando tutto sembra già ben definito, deciso, scelto, possono subentrare titubanze, debolezze, tendenze a ricadere in vecchi vizi, errori passati e che forse invece non si sono mai superati.

Secondo Seneca, quando si è trovata, nella propria vita, l’armonia con se stessi e con gli altri, bisogna difenderla a tutti i costi, evitando la regressione al passato. Il consiglio principale che dà oggi ai lettori è proprio evitare la frequentazione di quella che lui chiama turba: ovvero, la folla indiscriminata. Turba ha sempre un carattere negativo in Seneca: è l’insieme vasto e indefinito di tutte le persone che conosciamo poco e male, e che per questo non rientrano nella nostra sfera di fiducia. Se è già difficile fidarsi di una sola persona alla volta, come si può dare fiducia a decine di persone insieme?

Inimica est multorum conversatio: nemo non aliquod nobis vitium aut commendat aut inprimit aut nescientibus adlinit.

La frequentazione della folla è pericolosa: c’è sempre qualcuno che ci fa apprezzare qualche vizio, o ci forza a perseguirlo, o ce lo trasmette subdolamente.

Mescolati al gruppo, alla folla, alla massa, diventiamo vittime delle sue decisioni: a volte ci sembra di apprezzare i comportamenti che ci propone, altre volte siamo costretti ad adattarci (inprimo è un verbo molto forte che indica un’incisione, una marchiatura fisica), altre volte ancora siamo “contagiati” dai vizi senza nemmeno accorgercene.

A questo punto, Seneca porta un esempio concreto, quello di una situazione in cui la folla dà il peggio di sé: il meridianum spectaculum, ovvero lo spettacolo di mezzogiorno al circo. Seneca racconta che si era recato lì all’ora di pranzo, quando la maggior parte degli spettatori si allontanava per mangiare, aspettandosi un tipo di intrattenimento più leggero, che desse tregua agli spettacoli sanguinari che si tenevano la mattina (con le bestie feroci) e il pomeriggio (fra gladiatori). Invece, si ritrovò davanti uno spettacolo orrendo, quello di veri e propri omicidi fra gladiatori non regolari, privi di qualsiasi strumento di difesa.

Seneca si interroga sull’utilità di propinare al pubblico questo tipo di scene, e di assistervi. Una cosa, difatti, erano i veri spettacoli gladiatorii tra professionisti, equipaggiati di tutto punto; un’altra cosa erano invece gli spettacoli tra condannati a morte, che venivano gettati nell’arena ad uccidersi fra loro come riempitivo, durante la pausa del mezzogiorno, in attesa della ripresa delle performance dei veri combattenti. Questi ultimi spettacoli sono fermamente condannati dall’autore, che, pur essendo uomo romano, e abituato ai cruenti combattimenti “professionali” tra gladiatori, scorge chiara e manifesta la disumanità di siffatti “giochi” tra lottatori non adeguatamente preparati, che per altro costituiscono una pena inutile per il criminale. La condanna più pesante va però agli spettatori che si soffermano a osservare queste crudeltà abominevoli:

Ille meruit hoc pateretur; tu quid meruisti, miser, ut hoc spectes? 

Il combattente nell’arena ha meritato di subire questa violenza; ma tu, disgraziato, cosa hai fatto per essere costretto a subire questo spettacolo?

Seneca ci propone una riflessione molto importante e del tutto attuale a proposito dei contenuti prodotti dall’industria dell’intrattenimento, ma anche a proposito dell’influenzabilità delle persone, soprattutto dei più deboli:

Subducendus populo est tener animus et parum tenax recti: facile transitur ad plures.

Un animo fragile e poco ancorato al bene deve essere sottratto alla folla: è facile essere trascinati dalla maggioranza.

L’autore sembra quasi presagire il grande incubo della società di massa, in cui tutto è creato ad uso e consumo della folla, che osanna i modelli più perversi e porta alla disgregazione delle individualità personali. Quanti dibattiti ci sono già stati a proposito dei videogames violenti e diseducativi per i bambini, e sul pericolo di emulazione delle vicende, spesso cruente, viste nei film? Oggi, inoltre, un altro livello di complessità si è aggiunto: quella della realtà virtuale. Agire in maniera violenta e aggressiva nella virtualità può provocare conseguenze nel reale? I casi, frequentissimi, di bullismo online ci portano, purtroppo, a una risposta affermativa.

La verità è che, immersi in una società fatta di schermi, cartelloni pubblicitari, codici spersonalizzanti subiamo due gravi conseguenze:

  1. costruiamo la nostra identità in maniera sempre più precaria e faticosa
  2. non sappiamo più guardare negli occhi le altre persone.

L’unica soluzione è cercare sempre, almeno per le amicizie, di privilegiare i rapporti che si creano di persona, in modo da creare una consuetudine che preveda condivisione di esperienze e ascolto reciproco, senza “ostacoli” virtuali di sorta. Questa soluzione si legge anche in Seneca, a cui preme proprio sottolineare la reciprocità e l’immediatezza dello scambio:

Mutuo ista fiunt, et homines dum docent discunt. 

Lo scambio è fatto reciprocamente, e gli uomini mentre insegnano imparano.

L’autore però prevede un ulteriore consiglio, un po’ rigido ma adatto al perfezionamento di sé che lui persegue attraverso la filosofia stoica: ritirarsi in se stessi («Recede in te ipse quantum potes», «Ritirati in te stesso più che puoi»). Ancora una volta, solo quando staremo bene con noi stessi potremo ritenerci pronti ad affrontare l’esterno.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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