Mitologia e arte: Eco, la ninfa di Ovidio da cui deriva il fenomeno acustico

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Eco, sostantivo femminile: la riflessione del suono contro un ostacolo, quando la distanza di questo è tale che il suono di ritorno si distingue da quello in partenza. Il ritardo del suono non dev’essere inferiore ad 1/10 di secondo, perchè in tal caso non si può più parlare di eco, ma di riverbero

L’eco è per definizione legata all’acustica, anche se quando si pensa a qualcosa che si estende nel vuoto, spesso si ricorre anche a immagini mentali collegate ad altri sensi (ad esempio, la grotta azzurra vicino all’opulenza della bianca Capri coi suoi aranceti bruciati e le maioliche nivee, evoca implicitamente l’immagine mentale delle onde ballerine che si amalgamano al grigiore delle basse pareti umide, e s’incontrano e uniscono ai canti allegri dei traghettatori). L’eco alle volte ritorna nella mente come un effluvio di olfattivi fumi di mare, che alla memoria visiva appaiono più o meno come un’opera di Mariella Ridda, esposta sotto al solleone di qualche anno fa sull’isola di Procida.

Ma da dove deriva il termine “eco”? Dalla mitologia greca. Eco era una ninfa delle montagne, abituata a trascorrere il tempo ad ascoltare, commentare e lanciare al vento ogni cosa che sentiva. Accadde un giorno che Giove, stizzito dalle dicerie degli amanti di sua moglie Giunone, persuase la ninfa del chiacchiericcio a diventare amica di Giunone, così da distrarla da altri pensieri. Dopo poco, però, quest’ultima si accorse del trucco e, come punizione, convinse Eco a ripetere per tutta la vita solo le ultime parole che aveva udito. Così, tempo dopo, quando la ninfa s’innamorò perdutamente di Narciso, non potè fare altro che ripetere solo le ultime frasi dell’amante, al punto che egli s’innervosì e, convinto di essere stato preso in giro, l’abbandonò. Sconfortata, delusa e impotente, si dice che Eco fuggì tra le montagne che le avevano dato origine, e il suo lamento si oda ancora, da qualche parte e con l’arrivo del vento.

La storia di Eco conserva una morale in cui l’eccessivo uso della parola porta all’eccesso, al punto da trasformare la conoscenza intergenerativa della parola in un’asfissiante agonia priva di senso. Quando si ascolta e ripete senza raziocinio, il rischio è che i propri pensieri non si esprimano genuinamente venendo eccessivamente condizionati dall’esterno, trasformandosi metaforicamente in un’eterna condanna alla ripetizione malinconica di congetture altrui. Come racconta Ovidio ne Le metamorfosi, la trasmissione di un singulto mitologico non intenzionale può influenzare le relazioni più vicine, che all’apparenza non vedranno altro che una copia dei dialoghi e dei disegni già esistenti, le cosiddette dicerie. Narciso, come il padre dei Preraffaelliti William Waterhouse presenta nell’opera Eco e Narciso 1903, in realtà non è che il risvolto femminile di Eco: nonostante le dica addio per la mancanza di chiarezza del suo rapporto con se stessa, a suo modo contempla anch’egli una realtà effimera, che non esiste e che non gli appartiene, e come Eco dirà addio alla sua anima nel lampo di un riflesso.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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