Seneca: l’uomo rischia di diventare schiavo del corpo?

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Seneca: l’uomo rischia di diventare schiavo del corpo?

Fateor insitam esse nobis corporis nostri caritatem; fateor nos huius gerere tutelam. Non nego indulgendum illi, serviendum nego; multis enim serviet qui corpori servit.

Ammetto che in noi l’amore per il nostro corpo è innato; ammetto anche che ciascuno di noi protegge il proprio corpo. Non nego che bisogna essere benevoli verso di esso, ma non bisogna diventarne schiavi; infatti, è schiavo di molte cose colui che è schiavo del corpo.

Seneca: l'uomo rischia di diventare schiavo del corpo?Seneca apre la quattordicesima epistola a Lucilio con una riflessione sul rapporto che l’uomo ha col proprio corpo. Per descrivere questo rapporto, utilizza due espressioni. La prima è «caritatem nostri corpori insitam esse»: l’autore impiega il termine caritas, che indica un amore profondo, quello di ciascun individuo per il proprio corpo, che è certamente normale e naturale. La seconda espressione è “gerere tutelam”, una formula giuridica che indica l’essere tutori, in questo caso del proprio corpo: dunque, per natura, è necessario amarlo e proteggerlo. Tuttavia, Seneca conclude con un monito: non bisogna diventare schiavi del corpo. Il “nimius amor”, il troppo amore, o meglio, potremmo dire, l’ossessione per il corpo, porta solo ad inquietudini ed angosce. D’altronde, è sempre così: quando l’amore si trasforma in ossessione, quindi in tormento e paura, ebbene quello è un campanello d’allarme per indurci a prendere le distanze da ciò che crediamo di amare, e che invece ci opprime e danneggia.

Seneca aveva, quasi due millenni fa, proposto considerazioni generali ma veritiere su un disagio che, come sappiamo oggi, può assumere forme diversissime. Parecchie persone infatti soffrono di disturbi psicofisici collegati alla percezione del proprie corpo. Questi disturbi si possono riassumere in un termine, dismorfofobia, che indica la paura di possedere o maturare presunti difetti fisici. Malattie come l’anoressia o la bulimia sono spesso legate alla visione distorta del proprio corpo, specialmente durante l’adolescenza, periodo in cui il corpo subisce una vera metamorfosi difficile da razionalizzare.

Seneca: l'uomo rischia di diventare schiavo del corpo?Ma i problemi col proprio aspetto fisico possono insorgere anche più in là negli anni e solitamente riguardano la paura di invecchiare (gerascofobia). L’invecchiamento comporta infatti una seconda metamorfosi, in cui il corpo perde progressivamente vigore e prestanza. Certo, fenomeno mai semplice da accettare, ma che rischia di trasformarsi in grave disagio psicologico. Non a caso, è principalmente durante queste due “metamorfosi”, così come abbiamo chiamato adolescenza e fine dell’età matura, che molte persone prendono la decisione di affidarsi alla chirurgia estetica. Ma qual è lo scopo? Ottenere un miglioramento per acquisire più sicurezza di sé o tentare di raggiungere una perfezione impossibile? Il confine tra i due è a volte labile e il dibattito è ancora apertissimo. Anni fa impopolare e percepita come pratica pericolosa che snatura il corpo, la chirurgia estetica è oggi diventata una branca della medicina rispettata e comunemente accettata.

Qual è l’antidoto contro queste paure, che possono degenerare e intrappolarci la vita? Come non essere schiavi del corpo? Il segreto è raggiungere la piena coscienza di essere non solo ciò che vediamo riflesso nello specchio, ma di essere soprattutto ciò che facciamo: perciò è importante identificarsi con le proprie azioni. Il tempo può trasformarci, cambiare il nostro aspetto, ma dipende solo da noi scegliere ciò che vogliamo fare della nostra vita: è questo ciò che ci definisce. Anche agli occhi degli altri, l’aspetto non è tutto: per stringere una relazione umana proficua, profonda e duratura contano principalmente le azioni e soprattutto l’empatia.

Seneca: l'uomo rischia di diventare schiavo del corpo?Seneca suggerisce, inoltre, tre cose da evitare per vivere meglio:

Tria deinde ex praecepto veteri praestanda sunt ut vitentur: odium, invidia, contemptus.

Poi sono tre le cose che è meglio evitare: l’odio, l’invidia, il disprezzo.

L’autore latino si riferisce all’odio, all’invidia e al disprezzo altrui, che è bene non sollecitare e da cui bisogna tenersi alla larga. Però, io, personalmente, estenderei il significato della frase a renderla un monito anche per se stessi: questi tre sentimenti sono infatti nocivi anche per chi li prova. Chi odia o disprezza gli altri per la loro diversità o chi li invidia per presunte qualità è destinato ad essere perennemente infelice. Alleniamoci subito a liberarci da questi sentimenti e a non rivolgerli né contro gli altri né, soprattutto, contro il nostro stesso corpo.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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