Effetto spotlight in Hopper: sentirsi (erroneamente) al centro dell’attenzione

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Non occorrono gli sguardi circospetti, dall’aria triste e pensierosa, dei protagonisti dei quadri di Edward Hopper e nemmeno particolari fantasie oniriche legate al sospetto per accorgersi che, nella vita, tante volte si è stati oggetto dell’effetto spotlight. In psicologia, questo si verifica quando si ha un’erronea convinzione legata all’esposizione di sé e della propria persona. Quante volte, nel marasma delle vicende di ogni giorno, ci si è ritrovati a pensare che tutti stessero notando quel difetto enorme, o magari al contrario che quell’accessorio all’ultima moda sarebbe stato impossibile non vederlo?

L’effetto spotlight viene definito come:

la convinzione che gli altri prestino più attenzione al nostro aspetto e alla nostra persona di quanto non facciano nella realtà

Diversi studiosi, come riportato nel libro Psicologia sociale di Myers, hanno dimostrato l’esistenza dell’effetto spotlight attraverso un semplice esperimento. Ai partecipanti riuniti in una stanza è stato chiesto di conversare liberamente, salvo poi essere fatti uscire dopo poco tempo. Di seguito, i ricercatori hanno fatto indossare ai partecipanti una maglietta nuova, della Nike con colori sgargianti, e poi li hanno fatti rientrare in scena. Contrariamente a quanto fermamente ipotizzato da chi aveva messo la seconda maglia, quasi nessuno notò il cambio di vestiario, e solo il 10% delle persone ricordò che la maglia nuova fosse della Nike.

Sovradimensionare la propria immagine, e pensare che questa sia oggetto delle attenzioni altrui, oltre che nella realtà è una costante anche nella letteratura e nella storia dell’arte. Il primo pensiero ricorre a Edward Hopper, in cui gli sguardi dei protagonisti sono sempre peculiari: avvolti da una sorta di misticismo, si sfiorano con le occhiate e i gesti del corpo più o meno volontari, e le intenzioni non sono mai chiare.  Accade ad esempio in Sunlights in cafeteria, in cui a una prima impressione si potrebbe ipotizzare che la giovane donna dai capelli fulvi perfettamente abbinati all’abito celeste stia osservando l’uomo che, sulla destra, è intento a fissarla. E invece così non è: lei fissa il tavolo, mentre giocherella con qualcosa tra le mani, ma non guarda l’uomo dal pallore di schieliana memoria agghindato in giacca (e ipotetica cravatta), il quale invece è sì intento a scrutarla senza esitazione.

Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza (Oscar Wilde)

In quella geometria vetrata che è realtà, in cui continuamente si è esposti senza possibilità di scelta, una libertà d’arbitrio c’è: conoscere l’effetto spotlight può rimodulare le convinzioni personali, e far agire secondo quanto realmente emerge dal contatto diretto umano, senza tante congetture mentali talvolta prive di fondamento nella mente degli altri, i quali anch’essi sono spettatori perennemente visibili, manichini gialli in avanscoperta.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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