Château de Versailles, ritratti di egotismo di Luigi XIV

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Sono più di 13 milioni i visitatori che ogni anno si recano a Versailles, per visitare la reggia, i giardini o le mostre (attualmente è in corso Versailles Revival 1867-1937) visitano la reggia e i giardini di Versailles. Il regno di Luigi XIV, il simbolo eterno della sua magnificenza, era da anni era ai vertici anche del mio interesse.

Insieme a Firenze, ho avuto la fortuna di integrarlo nel planning di un progetto lavorativo che sto seguendo, e non avrei potuto chiedere di meglio. Far convogliare l’entusiasmo con la curiosità professionale, rendendo la quotidianità tutto fuorchè una maschera di ostentata e finta contentezza (tipica di molti), è il massimo che si possa desiderare da una sfida nascente.
C’erano state congetture mentali, artifizi immaginari su cosa e come sarebbe stata Versailles per me, alimentati dal gran vissuto storico che aleggia intorno alla dimora, e al contempo ero invogliata a ritrovare alcuni dettagli resi magistralmente dalla serie tv Versailles, disponibile su Netflix. E allora sono partita, ed eccomi nella dimora in cui il Re Sole concentrò i nobili per controllarne le mosse e domare gli intrighi, accentrando il suo potere in un palazzo che ha consegnato ai posteri un’energia immortale.

Per la sua luce, che illumina i corpi celesti che lo circondano come una corte, per i suoi raggi, che distribuisce equamente a tutti, per il bene che porta in ogni luogo, generando vita, gioia, azione, per la sua costanza che non muta mai, io scelgo il sole come l’immagine che può più magnificamente rappresentare un grande condottiero.

Ma ora, giunta qui, onestamente penso che tutti i preamboli puntigliosi servano a ben poco. Coerentemente con il lavoro che sto svolgendo, ho avuto la conferma che i luoghi si confermano ben più che contenitori di parvenze oggettive e sicure, meri raccoglitori delle vicende storiche, ma assumono invece l’identità di simulacri emozionali, raccoglitori degli sfoghi affettivi delle (grandi) personalità che li abitavano. Alcune realtà spaziali-architettoniche, poi, compiono un passo addirittura ulteriore: loro malgrado, si fanno portavoci silenti, nel valzer di cancellate dorate ostinate a proteggere l’interno e i ghirigori del colore blu di Prussia a decorare le fragilità del committente, di chi è riuscito a sfuggire all’ala di Thanatos, consegnando una parte del proprio egotismo estetico all’immortalità figurativa.

Ed è questo che accade a Versailles: funge da spazio in cui 483 specchi riflettono un eco imbellettato non anacronistico, che sussurra di una vanitosa (o gloriosa che dir si voglia) memoria collettiva la quale, ben lungi dall’esistere ancora con le fattezze di un tempo, comunque è e sempre rimarrà la padrona indiscussa di questo splendore.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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