Aldo Palazzeschi e “L’incendiario”: «lasciatemi divertire»

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Aldo Palazzeschi da giovane

Aldo Palazzeschi, all’anagrafe Aldo Giurlani, nasce il 2 febbraio 1885 a Firenze. Studia ragioneria e una sua prima passione giovanile è il teatro, infatti inizia a recitare presso la compagnia della famosa attrice dell’epoca Lyda Borelli, anche diva cinematografica nel film del 1913 Ma l’amor mio non muore. Ma la vera vocazione di Palazzeschi è la poesia: in primo momento aderisce al futurismo, l’avanguardia storica per eccellenza lanciata da Marinetti col suo Manifesto del 1909, poi se ne allontana a causa delle idee nazionalistiche e interventiste durante il primo conflitto mondiale. A tal proposito, alla vigilia della Grande Guerra, si dichiara neutrale, a dispetto di quanto sostenevano i suoi compagni futuristi, e pronunciò queste parole: «Mi offrirete una guerra che ha per mezzo la morte e per fine la vita, io ve ne domando una che abbia per mezzo la vita e per fine la morte». Non sono certe le ragioni, ma successivamente si riavvicinò a quelle posizioni interventiste, addirittura esordendo sulla rivista Lacerba, il 22 maggio 1915, con Evviva questa guerra. Questa non fu l’unica rivista cui collabora, dagli anni Venti infatti la firma è sul Corriere della Sera.

Data la sua lunga vita, poiché morì a Roma il 17 agosto 1974, Aldo Palazzeschi ebbe modo di far fruttare la sua abilità poetica, pubblicando raccolte di poesie e opere di narrativa nell’arco di un cinquantennio, attraversando Novecento secondo i suoi sviluppi storici e politico-culturali. Della sua più tardiva produzione ricordiamo Roma (1953), Il buffo integrale, che ispirò molto la scrittura di Italo Calvino (1966), Il doge (1967), Cuor mio (1968), ma la raccolta che lo porta al successo e che fa conoscere ai lettori il suo tono dissacrante e comico allo stesso tempo s’intitola L’incendiario, del 1910.

Emblematico componimento, una sorta di «manifesto della deflagrazione verbale» è Lasciatemi divertireIl poeta si diverte, appunto, a giocare con le parole, a spezzarle, per rovinare la lirica tradizionale anche se non appoggiando la stessa linea teorica distruttiva di Marinetti. Palazzeschi, più che altro, prende in giro le parole e così anche quanto sta dietro ad esse. Concetto portante della poetica dell’autore è il considerare se stesso non come poeta, a come «saltimbanco della sua anima»Non gli interessa la nomina convenzionale di poeta, perché il fatto di scrivere per lui costituisce uno svago e un divertimento individuale, calibrato sui sentimenti e le sensazioni del momento. Ora può essere folle, ora malinconico, ora furioso. E la sua poesia trasmette tutto questo. Così, come aveva in parte dissacrato il linguaggio, in parte dissacra il contenuto, la normalità del reale.

Il poeta si diverte, / pazzamente, / smisuratamente. / Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire, / poveretto, / queste piccole corbellerie / sono il suo diletto.

Eugenio Montale ed Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi non si cura di quello che gli succede intorno. Ritiene che gli uomini della strada dei poeti non se ne fanno nulla infatti, non fanno più domande. E così, lui, si sente in diritto di divertirsi soltanto, di pensare a sé stesso. In un altro componimento, intitolato Chi sono? rimarca il concetto della sua identità: non si definisce poeta perché la sua penna scrive soltanto una parola, ovvero follia, e l’unica cosa che fa è mettere «una lente / davanti al (mio) cuore / per farlo vedere alla gente».

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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