Silvio Pellico: la libertà delle prigioni

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Silvio Pellico: la libertà delle prigioni

image2Era il 24 giugno del 1789 quando a Saluzzo nacque Silvio Pellico, uomo che della libertà fece suo vessillo. Sempre con la schiena ritta, con fierezza nonostante l’imprigionamento che caratterizzò la sua esistenza. Egli stesso volle ricordare la sua vita e le sue faticose esperienze nelle proprie memorie il cui titolo è significativo: Le mie prigioni.

Pellico passò dieci anni recluso a causa della dissidenza anti-austriaca nell’Italia risorgimentale. Rinchiuso ma solo nel corpo, perché il suo animo romantico mai smise di essere libero.

Fin dalle prime esperienze, Pellico si infatti distinse nel gruppo di coloro che, agli inizi dell’Ottocento, si schierarono contro il regime oppressivo del dominio austriaco. Esponente della Carboneria farà sua arma l’editoria e fu esempio di quanto la parola scritta potesse avere forza nel riscaldare gli animi romantici e in fermento di personaggi quali Foscolo, Berchet, Melchiorre Gioia.

Redattore capo di una delle riviste attorno alla quale i principali animatori del risorgimento italiano hanno ruotato, Il Conciliatore, nome che sarà rivelatore per la sua esperienza, Pellico mostrò il proprio animo: sovversivo eppur sempre dedito ad una profonda moralità e fermezza di comportamento. Un perfetto connubio di quelle che costruivano la figura dell’uomo moderno.

Il periodo è infatti quello della Rivoluzione Industriale che andrà ad influenzare una profondo cambiamento anche nell’editoria. Lo scrittore, come la figura di Pellico ben incarna, diventa uno scrittore-produttore, uno scrittore che si rivolge alle masse per propria volontà indipendente. Spirito libero e libertà di parola contro le censure e le committenze delle autorità. Lo scopo? Parlare direttamente ad un nuovo pubblico borghese la cui istruzione stava sempre più migliorando, dando allo scrittore la nuova necessaria veste di uomo d’affari accanto a quella consueta di uomo di cultura.

Intellettuale in conflitto con il mondo, rigetto è rivolta verso l’istituzione: vero e proprio spirito romantico, non sono da lui permesse mezze misure. Totalmente immerso nelle passioni politiche e letterarie, non lascia che il sentimento abbia la meglio sulla ragione etica, mostrando in ogni suo testo fermezza, coerenza ed integrità.

Le_mie_PrigioniLa sua forza romantica, tale da avere influenzato il pensiero di una nazione che si sarebbe poi liberata della dominazione austriaca anche grazie a lui, si rivelerà durante la prigionia nella riscoperta del sacro. Una tendenza degli spiriti irrequieti del tempo che non una salda ragione avrebbe potuto aiutare, ma solo il sentimento. Un sentimento tanto irrazionale quanto morale, tanto da essere perfettamente adeguato all’animo di Pellico.

E proprio negli anni del carcere che lo scrittore sovversivo conobbe la fede, tanto da arrivare ad affermare che

La Religione e la Filosofia comandare l’una e l’altra energico volere e giudizio pacato, e senza queste unite condizioni non esservi né giustizia, né dignità, né principii securi.

Pensiero riassuntivo della propria esistenza e di quanto l’esperienza di vita gli avrebbe insegnato, così da mostrarsi un uomo libero, da pregiudizi e preconcetti, tanto non chiudersi al nuovo e aperto invece alla “conciliazione” di morale e sentimento.

Silvio Pellico muore a Torino il 31 gennaio 1854.

Sara Cusaro per MIfacciodiCultura

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