Galimberti a Verona, tra la follia della poesia e la ragione della filosofia

Lectio magistralis: ordine della ragione e teatro della follia

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E dunque, perché i poeti?” Questo verso di Holderlin, scelto prima da Heidegger e ora ripreso dall’illustre maestro Umberto Galimberti, ci proietta in una lectio avvincente quanto impegnativa, negli abissi della follia.

La ragione è un sistema di regole che servono a limitare le conflittualità. Platone ha fondato un modo di comunicare, con l’intento di avere un linguaggio universale, così come il principio di contraddizione per rendere i comportamenti coerenti e prevedibili. Si pensi ai bambini che hanno innata la dimensione creativa della follia e che non hanno ancora il codice razionale: possono giocare con un pennarello e dipingere, ma poco dopo nella loro immaginazione quel pennarello può diventare un biberon, ancora dopo un’arma futuristica con cui sfidare il fratellino. 

La filosofia è, dunque, l’ambito del razionale e della comunicazione. Il Simposio è, tra i dialoghi del filosofo di Atene, il più vertiginoso perché mette in tensione l’ordine della ragione, che Platone ha inaugurato per l’Occidente, con l’indomabile della follia. Nella progettazione del mondo della ragione, il filosofo non chiude il chaos, ma lo riconosce come minaccia e dono, come sede dell’incontrollabile, come dimora degli dèi, tanto che ‟i beni più grandi ci vengono dalla follia naturalmente data per dono divino”. E’ questa un’esperienza dell’anima, sfugge a qualsiasi tentativo di contenerla, perché al di là di ogni ordine razionale, appartiene all’abissale chaos, che è apertura verso tutti i sensi.

Platone insegna la ragione, ma sa che c’è molto altro al di fuori della ragione stessa. Questa è un artificio articolato in una serie di regole, ma da cui non nasce nulla di creativo. Bisogna, allora, accedere a quella parte di follia che abita l’uomo.

La follia è una forza creativa da cui nascono l’intuizione, l’invenzione e l’arte. Gli artisti sono proprio coloro i quali riescono ad attingervi, affacciandosi o immergendosi. (Jaspers, Genio e Follia 1922). Poeta deriva da Poietes, che, significa colui che crea, inventa, compone e produce. I poeti sono i più arrischianti, perchè toccano direttamente la dimensione folle. La follia abita la poesia: svincolata dagli schemi, trasgredisce l’ordine prefissato, lascia spazio alle oscillazioni di significati. Così intesa non è un genere letterario, ma una dimensione che va oltre il razionale, capace di raccontare l’universale, il senso della vita, del dolore, dell’amore.

 “La follia è più bella dell’umana ragione” Platone

Ritroviamo quella sua libertà nel sonno, dove si spegne la coscienza e ritorna il teatro della follia, in cui possiamo vivere infinite vite. Nei sogni non funziona il principio di contraddizione, tutto è lecito. Per questo motivo al mattino si compiono sempre gli stessi gesti rituali, per ritrovarsi e tornare lentamente da questa esperienza.

L’amore stesso ne è parte, la divina follia, che non a caso ruba le espressioni “innamorato folle”, “pazzie d’amore”, “perdere la testa”, “ti amo da matti” etc. Anche l’amore è un viaggio che porta alla dis-locazione. Per accedere agli abissi della follia, occorre uscire dal razionale ed abbandonare le dimore dell’io. L’amato ci accompagna e ci aiuta a non perderci; proprio perché ha colto ed in qualche modo riflesso la nostra follia lo amiamo e ne abbiamo fiducia. La relazione amorosa non è tra me e te, ma tra il mio ordine razionale e la mia follia, grazie a te.

L’uomo fluttua continuamente tra ragione e follia, dal sonno e dai sogni, incantamento e sovrappensiero, all’uso di alcol o sostanze, così come nei momenti di dolore o malattia. Un entrare ed uscire tra il razionale e l’oltre.

Folle è il mondo degli dèi che, concedendosi a tutte le metamorfosi, non si attengono al principio di identità e di non contraddizione, cardini della ragione. Già Eraclito aveva detto che: ‟Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma”, mentre ‟l’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra”, istituisce identità e differenze. Il divino, che abbraccia tutto, è -come dice il prof. Galimberti- l’indifferenziato. La religione, che per suo etimo “relega”, era nata proprio con il compito di proteggere l’uomo dalla forza dirompente dell’indifferenziato. Il divino è la guerra, la follia, la sessualità selvaggia. Ciò che non conosce i limiti della ragione e che non può essere contenuto dall’uomo.

Oggi il modesto argine della ragione sta cedendo, è sempre più vacillante.

La moderna società della tecnica vuole raggiungere il massimo degli obiettivi con il minimo dei mezzi, spinge ad un’alienazione pericolosa ed aberrante che non porta alla creatività, ma rappresenta la malattia più grave del nostro tempo. Così schiacciati e compressi, esplodiamo in una follia che è devastazione. Angosciati, senza punti di riferimento cui aggrapparci, dimentichi della nostra natura e creatività, dovremmo tornare a sognare.

 

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

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