Gandhi, l’uomo con la capra che spaventava l’Impero Britannico

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«Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi», oppure «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»? In altre parole, il mahatma Gandhi o un – apocrifo – Voltaire (in realtà l’aforisma è di Evelyn Beatrice Hall, saggista AKA Stephen G. Tallentyre)? La domanda potrebbe apparire peregrina: ma in realtà, anche rimuovendo l’eccezione che comunque dimostra che ben poco si inventa (e non citiamo nemmeno il non far agli altri, o l’ama il prossimo tuo), trattando di Mohandas Karamchand Gandhi pensiamo sia più che lecito, ed anzi un doveroso omaggio, ragionarvi su.

Una notizia che sconvolse il mondo, l’assassinio di Bapu Gandhi

Perché Gandhi, che era una Grande Anima, era anche un politico, un avvocato e soprattutto un filosofo, come sappiamo nato in India e come non sappiamo a Pordanbar, il 2 ottobre 1869, per poi morire assassinato a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948.

«La mia fervente ricerca mi portò alla massima rivelatrice “La Verità è Dio”, invece della solita “Dio è la Verità”»: se non altro da un aforisma del genere troviamo ragione del nostro dubbio sofistico di cui sopra. Non troviamo modo di maneggiare invece in una sintesi breve una figura come quella di Gandhi, monumentale fin dalla formazione che, partita dall’induismo passerà attraverso tutte le religioni monoteiste maggiori, quindi islam, buddismo e cristianesimo (del quale assorbirà, come ovvio, il concetto del porgere l’altra guancia), venendo poi in contatto, a partire da Londra, col socialismo, con l’anarchismo, con Tolstoj e Thoreau e via elencando.

Il rischio dell’elencazione è inevitabile: la sola storia politica di Gandhi, a partire dai contatti con l’apartheid ed il movimento dei diritti civili in Sudafrica (che lo porterà anche in carcere), la lotta per indipendenza dell’India, gli episodi drammatici quali il massacro di Amritsar e Chauri Chaura, la marcia del sale, la risoluzione Quit India, la guerra Indo-Pakistana, è un elemento biografico non gestibile in spazi ridotti. A questo dobbiamo aggiungere, ovviamente, i capisaldi del pensiero e, appunto, della filosofia gandhiana: la disobbedienza civile, per dirla appunto con Thoreau, ma soprattutto la non-violenza.

Abbiamo già avuto occasione di dirlo: in quest’epoca tritatutto, anche dei più grandi pensatori restano in fondo frasi da meme, citazioni per seduttori da tastiera, aforismi da t-shirt e braccialettini in silicone: «Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre», «Occhio per occhio fa sì che l’intero mondo diventi cieco», «Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fin tanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».

Ben Kingsley è stato Gandhi per Attenborough

La Giornata della Memoria anticipa di poco l’anniversario dell’assassinio di Gandhi: è spontaneo e necessario chiedersi quale sia l’eredità che abbiamo colto a tutt’oggi dall’Olocausto e dalla fine tragica dell’uomo che propagandava la non violenza. Naturalmente, la risposta è sotto gli occhi di tutti e, stante il fatto che stiamo assistendo impotenti al ritorno dell’ideologia nazifascista con le stesse modalità che portarono alla Seconda Guerra Mondiale, non può essere che “nulla”.

Non abbiamo la possibilità di impedire sconcezze come l’appropriarsi maramaldo e strumentale di celebrazioni come la Giornata della Memoria da parte di coloro che vagheggiano o quantomeno favoriscono il ritorno dei regimi totalitari e assassini; abbiamo però la possibilità di non imboccare il mediocre sentiero di una celebrazione di una personalità come Gandhi attraverso una semina a spaglio di qualche dato biografico, e peggio ancora attraverso una celebrazione iconica nel senso più deleterio del termine, una ascetica figura in dhoti bianco di khadi, votato al digiuno ed alla castità.

Tentiamo per rispetto, sia di Gandhi che nostro, di celebrarne invece il pensiero: magari riflettendo sulla portata enorme della distinzione tra gli enunciati “La Verità è Dio” e “Dio è la Verità”, giustamente definita rivelatrice, dato che opera una cesura insanabile tra l’esistenza di un’entità superiore per assioma (della quale ogni e qualsivoglia emanazione è vera in modo altrettanto assiomatico) e quella di un concetto astratto che si fa concreto assolutizzandosi a prescindere dall’esistenza o meno della supposta entità superiore. In pratica, Gandhi afferma la divinità della verità a prescindere da Dio: potrebbe forse essere questo il motivo per cui Pio XII si rifiutò di riceverlo nel 1931 accampando la scusa del suo abbigliamento “indecente”, preferendo evidentemente le ordinate uniformi fasciste?

La salma del Mahatma

Addirittura, troveremmo molto più rispettosa un’eventuale riflessione su come la teoria della non-violenza possa essere vista non solo alla luce della pratica violenta del genocidio programmatico, ma addirittura del basilare paradosso enunciato da Karl Popper sulla rivendicazione dei diritto a non tollerare gli intolleranti come base costitutiva di una società equanime e sull’ipotesi che la non cooperazione possa essere un percorso non funzionale e sufficiente in caso di aggressione diretta.

Riflessioni non sufficienti, indubbiamente, a trovare una soluzione al problema evidenziato da sir William Golding, che riteneva che «l’uomo producesse il male come le api producono il miele»: il fatto che a vederla così fosse un pensatore britanni dà ragione o contraddice il pensiero di un “uomo che con la sua capra fa tremare l’Impero Britannico”?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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