Édouard Manet, l’affermazione dell’arte contro l’ipocrisia

"Fai quello che vedi, che senti, che vuoi"

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I genitori preferirono lasciarlo piuttosto che vederlo entrare in uno studio d’arte (Théodore Duret)

Nel 1848, mentre in Inghilterra andava affermandosi la confraternita anti-accademica dei Preraffaelliti, in Francia un diciassettenne Édouard Manet si rifiutava di asservire ai voleri del padre, il quale lo vedeva destinato a un futuro da magistrato. Determinato a seguire tutt’altra strada, Manet tentò di arruolarsi nella marina militare, come tutte le menti anelanti la libertà hanno fatto (da Hemingway a Kerouac) almeno una volta nella vita. Di lì a due anni, bando alle rimostranze del padre, Manet sarebbe entrato nell’atelier di Thomas Couture e avrebbe esposto al Salon.

«Fai quello che vedi, che senti, che vuoi»

Nonostante le aspettative, il Salon non si dimostrò una culla accogliente e feconda all’espressione di Manet, il quale presentò due opere che crearono uno scandalo inaudito: Colazione sull’erba (1863) e Olympia (1863). In entrambe, a destare scalpore fu il pallore nudo e senza mistificazioni delle imperfezioni, in netta antitesi con le figure classicamente stilizzate che vedevano la donna limitata alle finte idealizzazioni dei miti. Ben lontano da ciò, sia Olympia che la donna seduta sull’erba insieme a due ricchi facoltosi sfatano i canoni misogini, restituendo uno specchio autentico e schietto della società francese del tempo.

“Essere del proprio tempo”, era il messaggio degli scritti di Baudelaire e delle denunce sociali di Courbet: entrambi, a modo loro e con mezzi diversi, si prestarono come giullari, cantori senza freni di melodie profane, di realtà più che mai evidenti ma proprio per questo nascoste dai benpensanti dell’epoca, celati dietro un buonismo illusorio e ipocrita. Una peculiarità di Manet fu però quella di non aderire mai linearmente ai movimenti rivoluzionari, quelli che si scagliarono apertamente con il Salon. Seppur approvando con entusiasmo l’apertura del Salon des Refusèes per opera di Napoleone III, che aveva raccolto il discontento degli artisti esclusi dai concorsi ufficiali concedendo di esporre in un’altra sede, Manet non abbandonò mai totalmente la devozione per il Salon. Seppur deriso, e nonostante non arrivò mai ad essere accettato, l’artista rimase pur sempre un punto di contatto tra l’accademismo e l’Impressionismo.

Ricercò i colori, non fu dedito alle geometrie strette e agli archetipi fintamente trasmessi dall’èlite che lo stesso maestro Couture gli aveva insegnato e indicato come la perfezione, approfondì le sfumature, sia delle tinte che degli stati umorali. Eppure non abbandonò mai il colore nero, bandito dagli Impressionisti, pur unendolo con degli sprazzi brillanti e accesi. Manet, fin negli ultimi mesi in quella campagna che «ha incanti solo per chi non è costretto a starci» sostenne assiduamente la legittimità delle proprie opere, sostenuto da numerosi artisti quali Monet, Degas, Pissarro, Morisot, Sisley, rimase sempre al servizio del vero, che con tutte le sue sfumature corvine e brillantine rimarrà sempre l’elemento di ricerca primario per un artista che vada realmente oltre le apparenze.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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