Vittorio Alfieri, l’anima tormentata del nobile fuggitivo

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Asti repubblicana.
Fiera di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
nuovo d’Alfieri

casa di Vittorio alfieri, asti
casa di Vittorio alfieri, Asti

Ci sono tre modi differenti per parlare della figura di Vittorio Alfieri, e tutti dipendono dal tipo di occhi da prendere in considerazione. Innanzitutto, secondo i poeti e letterati immediatamente successivi, che videro in lui un uomo capace di dar voce ai loro ideali. Per i suoi concittadini invece fu semplicemente l’uomo più grande che fosse mai nato ad Asti, tanto che oggi, girando per la città, è impensabile, prima di andare al Teatro Alfieri, non fermarsi per un gelato alla Gelateria Alfieri in un angolo di Corso Alfieri. E infine, si può guardare Vittorio Alfieri come lo vedeva Vittorio Alfieri stesso: un uomo tormentato e indecifrabile, la cui irrequietezza continua non gli consente di trovare un posto nel mondo.

E pensare che Alfieri probabilmente avrebbe trovato tutte le porte spalancate. Egli infatti nacque da ricca famiglia nobile di Asti il 16 gennaio 1749 e questo fa di lui, almeno in apparenza, il classico intellettuale settecentesco, che può vivere nell’otium letterario grazie alle cospicue rendite dovute alla condizione sociale. Eppure il giovane Vittorio si sente chiuso nel mondo nobiliare piemontese e avvilito dal pedantesco giogo culturale e sociale della monarchia sabauda. Si scagliò contro l’antiquata e arida istruzione avuta presso la Reale Accademia di Torino, definendo gli anni trascorsivi come “periodo di ineducazione”.

Alfieri non riuscirà mai ad accettare l’inquadramento oppressivo della società sabauda e pur di scappare arriverà persino a cedere tutti i suoi beni alla sorella, in cambio di una rendita vitalizia.

Gli anni giovanili di Alfieri sono i più tormentati, in cui egli viaggia spinto non dalla curiosità, ma da un irrefrenabile senso di incompiutezza, di essere ancora arrivato e soprattutto di non essere mai nel posto giusto, sentimento che lo porterà a imporsi come l’anima forse più contraddittoria dell’intero panorama letterario italiano.

Il 1775 è l’anno più importante della vita di Alfieri, che porterà a un cambiamento radicale: scrive e mette in scena una tragedia, Antonio e Cleopatra, ispirata a una sua tormentata relazione passata e ottiene un successo clamoroso. Da quel momento nella testa di Alfieri scatta una luce, che lui stesso definirà conversione. Trova finalmente la sua vocazione, quella di poeta tragico. Da quel momento, la sua vita sarà volta ad adeguare la provincialità di cui era infarcita la sua debole istruzione alla sua nuova attività letteraria. Studia i grandi modelli classici con volontà caparbia e ripudia il francese, sua lingua madre, per imparare l’italiano, il latino e il greco. Giurò persino a sé stesso di non pronunciare mai più nemmeno una parola in francese.

Alfieri e Louise Stolberg
Alfieri e Louise Stolberg

La sua fervida attività letteraria, il difficile rapporto con la Rivoluzione francese e l’amore per la contessa Louise Stolberg segneranno l’ultima parte della vita di un uomo che ha saputo accendere i cuori dei poeti che lo seguirono. Dopo la morte, avvenuta l’8 ottobre 1803, la salma fu portata nella Chiesa di Santa Croce in Firenze e posta nella tomba realizzata dal Canova, tomba che divenne meta di pellegrinaggio per letterati come Ugo Foscolo, che ammirò sopra ogni altro il grande tragediografo astigiano.

Alfieri non amava affatto la libertà del popolo: il suo orgoglio nobiliare lo portava ad un disprezzo per la plebe e per la nascente borghesia, accusata di essere incapace di provare alti sentimenti e composta da “turpissimi armenti”. Eppure d’altro canto più di tutto odiava la tirannide tipica dell’Ancien Regime, tremendo peso per tutti coloro che vivono sotto di essa. Una tirannide invincibile, che non poteva essere debellata; ma nemmeno seguita. Il disprezzo di Alfieri per il potere è chiaro nella sua biografia: egli non è uno scalatore sociale né si sente a suo agio nel mondo in cui è nato. Userà i suoi natali per garantirsi la tranquillità, evitando come la peste di far parte del potere. Un volto complesso, a tratti inspiegabile ma che ha saputo marchiare a fuoco la sua presenza nel mondo e tenere collegati due secoli diversi in tutto come il Settecento e l’Ottocento.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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