Piccole donne di Greta Gerwig: manca solo un epilogo diverso per Jo

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Greta Gerwig torna sul grande schermo con un classico, una di quelle grandi storie che si tramandano di generazione in generazione, destinato a non morire mai. Cambiano i tempi, i vestiti si modernizzano, le lunghe gonne serine lasciano spazio alle lotte femministe e alle battaglie che ancora necessitano di essere combattute. Eppure, ciò che resta immutata è l’eterogeneità delle personalità, che affrontano il mondo alla propria maniera. Similmente al film con Winona Ryder (1994) e alla serie tv del 2017 con Angela Lansbury, anche questa nuova versione è dedita ai particolari, cura i dialoghi (assai fedeli al testo della Alcott), e le tinte, più o meno accese a seconda dell’abitazione (vermigli e bianchi nelle grandi regge, più scuri e grigi più ci si allontana dai centri nevralgici).

Piccole donne prende avvio a Natale e a Natale si conclude, con l’evoluzione dei caratteri racchiusi dentro il nido della famiglia March. Gli attori scelti dalla Gerwig, alcuni dei quali avevano già lavorato con lei in precedenza, come Timothèe Chalamet e Saoirse Ronan in Lady bird, sono realmente azzeccati:

Saoirse Ronan: Jo March
Timothèe Chalamet: Laurie
Meryl Streep; zia March
Emma Watson: Meg March
Eliza Scanlen: Beth March
Florence Pugh: Amy March
Laura Dern: Marmee
Louis Garrel: Friedrich Bhaer

 

Non credo che mi sposerò mai. Sono felice così come sono, e amo così tanto la mia libertà per non avere alcuna fretta di rinunciarvi, per qualsiasi uomo mortale

A colpire, qui come nelle altre rappresentazioni di Piccole donne, è il cambiamento di Jo March, la protagonista. La quindicenne ribelle, fin da subito manifesta apertamente le sue condizioni: non ha intenzione di omologarsi a una società maschilista, in cui il ruolo della donna è marginale e assai inquadrato. L’intelletto, la fantasia, la capacità di originare storie innovative e non ancora raccontate, sembrano avere un ruolo quasi indifferente per chi, nella società, ci sguazza e ha potere. Eppure, dopo una vita combattuta a difendere questi valori, l’epilogo sembra ricalcare proprio quello che lei stessa aveva designato come la peggiore delle fini: sceglie di sposarsi. Non che questo sia sbagliato in sé, ma nel film della Gerwig, assai curato e convincente, non si coglie la motivazione reale di questo passaggio fondamentale.

Per il resto, il film merita di essere visto. Si tratta sempre di una bella storia, che è bello rivivere in qualunque momento e con totale leggerezza. A cuore aperto, raccontandosi a quale delle sorelle March ci si senta più affini, nel modo di pensare e nelle scelte. Epiloghi a parte.

 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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