Venere Rokeby: l’opera di Velázquez sfregiata dalle Suffragette

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Rifacendosi a modelli precedenti, dalla Venere di Urbino di Tiziano o alla Venere dormiente di Giorgione, nel 1648 Diego Velázquez eseguì un ritratto emblema del realismo sensuale: la Venere Rokeby è completamente nuda, ma come tutte le grandi sensualità non si disvela completamente. È difatti sdraiata e il suo volto, seppur dai tratti sfocati, non s’indovina se non attraverso uno specchio posizionato di fronte a lei e retto dal figlio Cupido. Dei fiocchi rosati e bianchi e una tenda del color ciliegia contrastano con un corpo cereo che, disteso sopra un lenzuolo dalle tinte scure che ne riflette avidamente le linearità, contempla se stesso come un’epifania umanistica della riscoperta di sè.

Un’essenza sfuggente, una storia non languida di disavventure: la Venere Rokeby fu realizzata per un committente privato d’alto rango (vi sono dei dubbi sulla reale identità del destinatario). Di seguito, su ordine di Carlo IV, all’inizio del XIX secolo venne affidata a un politico e attivo sostenitore della monarchia, Manuel Godoy, il quale mise la statua all’interno della sua residenza privata presso Rokeby Park, da cui il nome dell’opera. Solo con l’arrivo del XX secolo, la Venere di Velázquez approdò in Inghilterra, dove tuttora risiede alla National Gallery. Fin qui parrebbe una storia lineare e non particolarmente oggetto d’avventure. Poi arrivò il 1914, e il giorno successivo alla cattura della leader del movimento femminista delle Suffragette Emmeline Pankhurst, la Venere Rokeby fu colpita da una serie di coltellate.  A sferrare i colpi fu Mary Richardson, che commentò così il fatto: 

Ho tentato di distruggere l’immagine di una delle donne più belle della storia mitologica in segno di protesta contro il Governo per aver distrutto la signora Pankhurst, il personaggio più affascinante della storia moderna

La Venere Rokeby dopo lo sfregio del 1914 ad opera di Mary Richardson

Mary Richardson fu condannata a sei mesi. Lo sfregio alla Venere Rokeby aveva colpito indelebilmente l’ego maschile, e sulla schiena cerea e serina della sensualità tinteggiata di Velázquez erano comparse delle lacerazioni indelebili. Il nero era trapassato oltre un ancestrale bisogno di dominio, e aveva travalicato i moelli di bellezze ermafrodite. Il tocco aggiunto di personalità moderne (come quelle berniniane) alla bellezza dell’antico non era più sufficiente a nascondere la rivoluzione non più segreta portata avanti in carne e ossa da delle donne vere. La bellezza e la contemplazione, la retorica e il fervore umanistico non potevano essere sufficienti senza la partecipazione attiva delle protagoniste universali: le donne.

Arrest of Mrs Emmeline Pankhurst in Victoria Street, 13th February 1908

La Spagna, del suo passato conserva solo due nudi: una è la Maya desnuda di Goya e l’altra la Venere Rokeby di Velazquez. È curioso come una delle due opere sia arrivata nel XXI secolo imperfetta, testimoniando che, nonostante tutto, la bellezza implica sempre un aspetto marcato frammentarietà. Velázquez improntò la sua pittura sul realismo, ma le donne, per essere restituite fedelmente, non possono essere concepite e riassunte in frammenti di sensualità, né ancorate a specchi imbellettati di narcisistici riflessi idealizzati. Oltre alla sensualità, c’è molto di più: voci che, grazie anche alle Suffragette, hanno affermato una bellezza ancor più reale di qualunque pittura realista.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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