Viaggiare: l’apice del valzer tra le pulsioni Eros e Thanatos

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Ci sono tante esperienze che fanno sentire vivi: i sensi vengono appagati, e sul momento ci si sente felici. L’amore predispone all’empatia ed è una vivificazione del Sé e delle sue mire. I soldi conciliano l’ego e lo innalzano nelle posizioni agghirlandate dalla società moderna e tecnologica ed ipocritamente ecologica. Ma viaggiare ha qualcosa di diverso: mai più che nelle transizioni i due opposti si incontrano e implodono in un groviglio inedito. Che il viaggio conduca alla felicità è una frase alquanto azzardata, dato che gli esperti ancora non hanno trovato alcuna formula riassuntiva, nessun bugiardino che abbia scoperto cosa realmente sia. Occorre dunque ricondurre l’attenzione alle parole del dizionario per chiarirne il senso:

Felicità: la compiuta esperienza di ogni appagamento 

Appagamenti corporei, riti dionisiaci di devozione al piacere, sculture di Rodin per Camille Claudel con un bianco che rispolvera i singulti lontani sopiti in antiche romantiche dimore addormentate. Oppure un appagamento idiosincratico opposto si rivolgerebbe al pensiero, alla preghiera o finanche alla poesia, con i fumi della Londra dickensiana o con lo stream of consciousness dell’Ulisse. Eppure, per quanto colelttivamente una felicità collettiva esista, si deve riconoscere che tutti i sopra citati esempi (infinitesimi di una totalità senza numero) rappresentano modalità alari di viaggiare.

Stavo meravigliosamente bene e il mondo intero mi si apriva davanti perché non avevo sogni (Jack Kerouac)

Alle sensazioni promiscue di Veridicità piacevole ed estremo terrore (qualcosa di simile all’anticipazione del Sublime per i vedutisti Romantici, spiatori degli ombrosi castelli frondosi e delle lune narcisiste), gli svedesi hanno dato il nome Resfeber, che letteralmente significa «il battito irrequieto del cuore di un viaggiatore prima che il viaggio cominci, un misto di ansia e aspettativa». Resfeber riflette il viaggiare ai suoi albori, quando Ulisse in procinto di lasciare la sua pètrosa Itaca, s’accinge a diventare, da fanciullo, un eroe (o anti-eroe). Viaggiare implica, poi, il caos. In un luogo-astratto o reale- differente dalla collocazione abituale, quella che scandisce i ritmi circadiani e le routine istintive, Eros e Thanatos s’incontrano.

S’avvicinano, si scrutano, fingono di comunicare per alcuni assurdi secondi e dopo precipitano nella frenesia antitetica dei loro ruoli. E’ un paese diverso, è un paese straniero, è un paese differente ed è esilarante comprendere quanto il caso abbia influito fino a quel momento. Sulle 5W della vita: what, where, who, when e why. Per quanto si filosofeggi su queste, comprender perché ci si trovi in un dato posto in uno specifico momento serve a ben poco: Eros e Thanatos, in una lotta ancestrale di cui hanno teorizzato Sigmund Freud, Blaise Pascal, Arthur Schopenhauer solo per citarne alcuni, scandiranno le ore e i silenzi successivi. Ritrovarsi se stessi in uno spazio nuovo implica una conferma dannata o una sconfitta melodrammatica dei pensieri razionali, consumati seppur conservati avidamente dalla sicurezza di ogni giornata simile alla precedente.

Allontanarsi dal conosciuto permette di scrutare l’anima da una prospettiva differente, con nuovi progetti, strade rosate, prati neri, sentieri derisi fino a quel momento. Nuove possibilità, stravolgimento di quelle congegnate, e magari, per dirla con le parole di Robert Frost, «Due strade trovai nel bosco e io, | io scelsi quella meno battuta. | Ed è per questo che sono diverso»

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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