Lost in translation, il libro di Ella Sanders bestseller sul New York Times

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Sulla copertina del libro, Ella Frances Sanders viene descritta come “scrittrice per necessità e illustratrice per caso. Attualmente vive e lavora in Gran Bretagna, a Bath, senza un gatto”. L’autrice di Lost in translation ci tiene a farsi conoscere come qualcuno di indefinito, una personalità che difficilmente si può sintetizzare e ricondurre a pochi termini. Best seller sul New York Times, la Sanders ha un sito in cui figura un diario con i suoi libri, oltre a un elenco di liste incomplete, pianeti in bianco e nero, frasi si può cercare di indovinarla un po’. Lost in translation nasce con l’intento di occuparsi di alcune parole che, per un motivo o per un altro, sono conosciute solo da alcuni paesi.

 

Tradurre è un’arte magica, perché ogni porta apre un mondo. Le parole intraducibili sono potenti grimaldelli: svelano di un popolo certi vizi e certe virtù. La pila dei libri non letti sul comodino si è meritata un nome in giapponese; la capacità di cogliere da uno sguardo los tato d’animo altrui ha un nome preciso in coreano (Ella Frances Sanders, Lost in translation)

Meik Weiking, nel suo libro Hygge, la via danese alla felicità, afferma che determinate parole si affermano in un luogo per via della loro utilità in quello specifico spazio. Ad esempio, gli eschimesi hanno più parole per dire “neve”, mentre in altre realtà si utilizzano più termini per riferirsi all’acqua. Elle Sanders afferma che in Lost in translation «potrebbe rispondere a domande che non non sapevate di voler porre, o magari ad alcune che avete già psoto». Ad esempio, diverse volte sarà capitato di darsi appuntamento in un bar per gustare un dolcetto e un caffè, senza sapere che il torpore della pausa accompagnata alle chiacchierare tra amici ha un nome: nella realtà svedese, si chiama fika.

Sempre potenzialmente associato al calore di un luogo caldo sono le foglie che cadono d’autunno. Gli amanti di questo scenario apprezzeranno il feuillemort, ossia il colore giallito di una foglia appassita (francese). Oppure ecco il familiare termine ungherese szimpatikus, cioè quell’intuizione, vibrazione positiva o sensazione associata al primo incontro, quando l’altra persona a pelle risulta simpatica. E poi affascinante il verbo spagnolo vacilar: viaggiare per il gusto di farlo piuttosto che per la meta.

Luftmensch, sostantivo yiddish: vuol dire sognatore, con la testa fra le nuvole. Letteralmente “uomo dell’aria”. 

 

Chissà mai che in futuro non si riesca a trovare una parola per i gli ambiziosi interpreti delle parole non ancora inventate, chissà se c’è un nome anche per questo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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