Shamsia Hassani : la prima street artist afghana

Quando la street art è messaggio sociale

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Kabul chiama Bristol, nel nome dell’arte in un’unione di intenti e rivoluzione. Shamsia Hassani è la prima graffitista afghana, che, attraverso la street art, si è fatta portavoce dei diritti delle donne.

Nata in Iran da rifugiati afghani originari del Kandahar, torna a Kabul per studiare arte. Il suo nome significa Sole, ed è essa stessa portatrice di speranza e rinascita, come  il messaggio che vuole trasmettere con le sue opere.

Ispirata dall’artista inglese, Wayne Chu Edwards, si innamora delle bombolette per l’immediatezza visiva, necessaria in un paese dilaniato dagli attacchi e senza possibilità economiche. Ma sono le provocazioni e denunce del celebre Bansky, che le indicheranno davvero il percorso artistico.

La street art è l’ancora di salvezza, i muri sono visibili gratuitamente da tutti, in modo diretto ed immediato. Il punto di contatto con gli artisti europei emerge forte nei suoi lavori, portando la malinconia di un mondo senza voce. Significativa la sua donna in burqa seduta sui reali gradini di un’abitazione diroccata. E’ l’incertezza femminile odierna, nell’esitazione e nella totale restrizione: non sa se riuscirà a salire recuperando una posizione più dignitosa all’interno della società, o se resterà per sempre relegata nel sottoscala.

“Art changes people’s minds and people change the world.”  (Shamsia Hassani)

Shamsia alterna la denuncia alla poesia, riempiendo le mura di miraggi e sogni rivoluzionari. Colora le strade ferite di Kabul, espone anche in India, Iran, Germania, Italia e Svizzera. Nel 2009 è stata selezionata come una delle Top10 per l’Afghan Contemporary Art Prize (premio di arte contemporanea afgano). Nel 2014 è finalista per il premio Artraker, con il suo progetto La magia dell’arte è la magia della vita. Lo stesso anno è stata anche nominata tra i 100 membri dei Global Thinkers. E’ una delle fondatrici di Berang Arts Organization (organizzazione che promuove la cultura e l’arte in Afghanistan), e docente di scultura presso la Facoltà di Belle Arti di Kabul. Rischia la vita ogni volta che prende in mano le bombolette e salta per strada, ma il suo più grande desiderio è quello di fondare una scuola per graffitisti e collaborare proprio con Banksy. 

In una città dove la sopravvivenza quotidiana è ancora una scommessa, realizzare opere d’arte e diffonderle è un atto così immenso che raggiunge l’eroico. Custodisce sentimenti e cultura anche in mezzo alla polvere, alle macerie, alle bombe e al terrore.

Secondo i dati ufficiali, l’Afghanistan è uno dei paesi più poveri del mondo. Dei suoi 35 milioni di abitanti (stima del 2017) solo il 15% delle donne sa leggere e scrivere. Le donne sono ancora proprietà degli uomini, servono principalmente a tenere in ordine la casa, a procreare, ad obbedire e tacere.

Le sue opere rompono l’approccio iconoclasta dell’arte islamica: le figure femminili che dipinge, anche se avvolte nel tradizionale chador, destabilizzano la sensibilità patriarcale. Shamsia parla di altre città, di libertà e muri abbattuti, strade volanti. Sagome quasi cartoon, spiriti fluttuanti che emergono tra le macerie. Hanno i contorni netti e spigolosi, sotto il burqa o l’hijab vi sono persone reali che però non hanno nemmeno il segno della bocca. Armate di strumenti musicali, una chitarra o il pianoforte, con tutta la dirompente energia di un concerto rock. 

Occhi chiusi e sognanti, delle corna di ariete sembrano attorcigliare il velo. L’azzurro è il colore che spesso si alterna al nero del burqa, e volutamente deve trasformarsi nel colore della libertà. Linee curve e arricciolate, onde del mare e del vento, emblema di parole non dette, ingoiate, taciute. Ritrae un essere umano orgoglioso, con obiettivi e determinazione, che può apportare cambiamenti positivi. In un’altalena di sentimenti, le sue donne mostrano lacrime, sbarre, ma anche vitalità e rinascita. Un’iride emotiva intensa e vertiginosa, che si alterna tra pipistrelli e giochi di prospettive tra i palazzi. Il velo diventa quasi il foulard delle contadine, delle rivoluzioni sovietiche, del nostro passato che per loro è ancora futuro.

L’arte è così al servizio del suo popolo, per il riconoscimento dell’importanza del ruolo della donna nella società civile e nelle istituzioni, ma anche per i valori della pace, di solidarietà e di libera espressione della creatività nel mondo.

E’ lo strumento per raccontare la storia della sua popolazione, rompere il silenzio, dissolvere il buio. Shamsia crea immagini titaniche nel loro sforzo di presentarsi, farsi riconoscere e accettare. Sono dei giganti che sovrastano la città, elevano in alto fin sulle nuvole il popolo femminile che è stato rimpicciolito, confinato, schiacciato.

 

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

 

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