“Lo Hobbit”: l’impavido di J.R.R. Tolkien

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Lo Hobbit: l’impavido di J.R.R. Tolkien

In un buco nella terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo.

Lo HobbitEcco uno degli incipit più famosi della letteratura moderna, quello in cui J. R. R. Tolkien ci presenta, per la prima volta, Arda o Terra di Mezzo, landa intrisa di magia e popolata da creature fantastiche. Ciò, tuttavia, non rende quei luoghi meno reali, presenti solo «in un diverso stadio di immaginazione» a detta dello autore stesso.

Lo scrittore ci racconta di un piccolo paesino chiamato Hobbiville o Contea in cui vivevano dei mezzi uomini, amanti del buon cibo, della bella compagnia e della musica, dai tratti gentili, quasi infantili, con piedi sproporzionatamente grandi e con una predilezione per i vestiti colorati, soprattutto per il giallo ed il verde: queste affascinanti creature si chiamano hobbit.
Bilbo Baggins è il più comune tra questi e si accontenta della sciocca mediocrità soddisfatta e borghese, appagato nel prendere il te al pomeriggio e di poter fumare la sua erba pipa a fine giornata.

A leghe di distanza Thorin, re nano senza trono, chiede aiuto al non comune stregone Gandalf per riconquistare l’antica posizione della sua casata. Il potente mago convince lo hobbit a partecipare alla ricerca di Erebor, la Montagna Solitaria, ivi risiede Smog o Smaog, il drago usurpatore. Così Thorin Scudodiquercia, dodici nani, Gandalf e Bilbo lo Scassinatore partono all’avventura per restituire, il trono sotto alla Montagna, al legittimo erede.

Lo Hobbit fu pubblicato il 21 settembre 1937 ed ebbe un grandissimo successo, tanto da far riprogrammare una ristampa a pochi mesi di distanza dalla prima pubblicazione. Nato come libro per l’infanzia, Tolkien utilizza un tono favolistico con frequenti interruzioni nella trama per invogliare il lettore a continuare nella lettura. Il romanzo è diventato un classico della letteratura moderna, apprezzato da grandi e bambini, amato come al tempo della sua pubblicazione se non maggiormente.

Tolkien per Lo Hobbit trovò ispirazione in diversi manoscritti della cultura inglese tra cui Beowulf e Il meraviglioso paese degli Snergs di E.A. Wyke Smith. L’autore non ha mai saputo dire quando, con esattezza, cominciò a pensare ad una Terra di Mezzo ed ai suoi abitanti, ma in un caldo pomeriggio di luglio, mentre correggeva i compiti dei suoi studenti, su un foglio lasciato in bianco Tolkien scrisse «In un buco del terreno viveva uno hobbit». Genesi, questa, di più di trent’anni di produzione che ha regalato il suo autore alla fama internazionale.

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J.R.R. Tolkien

Lo Hobbit ebbe così tanto successo che a Tolkien fu chiesto di continuare con le avventure di Arda e quasi vent’anni dopo pubblicò il Signore degli Anelli, sequel del primo romanzo, dove si ritrovano molti personaggi, tra cui un Bilbo ormai centenario.
L’eroismo è il tema principale dell’opera, soprattutto quello inaspettato, il tipo di coraggio impavido proveniente da un mezzo uomo che ha sempre vissuto in un buco nella Contea.

In te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto.

Sono stati realizzati tre bellissimi adattamenti cinematografici dell’opera sotto la direzione di Peter Jackson con Martin Freeman nei panni di Bilbo Baggins.

Camilla Ghellere per MIfacciodiCultura

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