“The phone of the wind”: a Otsuchi (Giappone) si parla coi ricordi 風の電話

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Ad Otsuchi, nella Prefettura di Iwate che volge da sempre le albe sull’Oceano Pacifico, c’è una cabina telefonica. Itaru Sasaki l’ha fatta costruire nel 2010, a seguito della morte del cugino, come simulacro affettivo per affrontare il dolore. Non c’è alcun collegamento, non bisogna inserire monete o gettoni e nemmeno parlare: si ascolta. Il rumore del vento, i propri ricordi, si conversa con qualcuno che non c’è più. Da quel giorno, altri eventi traumatici (primo fra tutti lo tsunami del 2011, che ha causato la morte di più di 20 000 persone) o psicologicamente non affrontati (morti naturali, suicidi, incidenti…) hanno condotto al phone of the wind sempre più persone. Si alza il ricevitore, si parla di sé, si parla “con” sé, oppure si interloquisce con chi non c’è più. Con personificazioni del passato, o magari con identità future.

Il telefono non è collegato, ma le persone si sentono come se i loro cari perduti fossero lì ad ascoltare dall’altra parte della linea. Voglio che le persone riprendano la loro vita il prima possibile esprimendo i loro sentimenti (Itaru Sasaki)

James Pennebacker sostenne che tramite la scrittura sia possibile affrontare il trauma, raccontandolo senza regole con le proprie parole. Anche solo avvicinarsi all’evento mnestico, e soprattutto alle sensazioni ed emozioni più o meno pregnanti, è il primo passo per entrare in contatto con sè e riagganciare i rapporti con una memoria rarefatta e non metabolizzata dalla psiche. Qui, il phone of the wind di Otsuchi ed un taccuino lasciato appositamente vicino, permettono ai visitatori di far trasmigrare su carta i ricordi o addirittura inventare dialoghi immaginari o scenari futuri. Si può anche descrivere passo passo i rumori del fruscio del vento (come fece Jack Kerouac in Big Sur, in contemplazione estatica e non giudicante dei rumori naturali e dello sghiribizzo degli schizzi dell’anima fantasiosa) che sbatacchia contro le porte di plastica, o il calore del sole che s’adagia nel verde tutt’attorno. Non ci sono regole, né osservatori, solo una rigorosa pièce con se stessi e con la propria interiorità, entro uno scenario protetto (una cabina) circondato da solo verde (la theory of restorativeness afferma che, sia a livello mentale che fisico, in presenza della natura i livelli di stress si abbassano notevolmente).

La NHK, la principale rete di radiodiffusione di notizie ha lanciato un documentario intitolato  Phone of the Wind – Whispers to Lost Families, basato sul best seller The Phone of the Wind – What I Have Seen Via the Phone in the Six Years Since the Earthquake. Nel 2020 arriverà un film diretto da Nobuhiro Suwa mentre Laura Imai Messina è l’autrice di Quel che affidiamo al vento, in prevendita (acquista qui). Occorrerebbero più luoghi per la place identity, in cui ristorarsi senza rumori.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

 

 

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