Masashi Wakui, il fotografo della Tokyo notturna che sembra un film

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Zeitgeist è un termine tedesco che esprime lo Spirito del tempo. Uno spirito che, nel XXI secolo, si aggrappa ai grattacieli grigi svettanti verso lo skyline, ma al contempo si riscopre dietro un vicolo bluastro rischiarato al neon di qualche periferia. In Giappone lo zeitgeist è una commistione tra antico e moderno, tra il retrò eterno dei templi vermigli che fanno da pendant anacronistico con i caffè new age, con testimone l’imperante scritta verde e bianca di Starbucks nel quartiere di Shibuya. Masashi Wakui è specializzato nei nocturnal wanderings dello zeitgeist nipponico.

A differenza di Eiji Ohashi, che vive nell’isola di Hokkaido e nel progetto Roadside Lights cattura la tragicità statica e blu (blu come il sentimento, in inglese) dei distributori giapponesi immersi nella natura, Masashi Wakui ha tratto ispirazione dal mondo del cinema. Dal ’99 fa parte di questa realtà, e trae grandi spunti dalle pellicole dello Studio Ghibli (“Gibuli” in giapponese) e da pellicole quali Ghost in the Shell di Masamune Shirow e Akira di Katsushiro. I colori e le contorsioni nostalgiche misto retrò s’aggrappano ai mercatini di Asakusa e serpeggiano negli stretti lunghi gialli vicoli di Ueno, facendo capolino nello scintillio bianco di Ginza.

E’ Tokyo con le sue notti, degne e fidelizzate compagne, trasognanti e mai realmente addormentate. La Tokyo di Wakui non dorme mai realmente, ma rispetto a New York qui aleggia un tepore dalle luci tenui, un languore che si respira in ogni quartiere, ognuno dei quali compone un puzzle estremamente eterogeneo che è il volto della capitale del Sol Levante. Sembra di rivivere, negli scatti di Wakui (vedi profilo instagram) che sono veri e proprie stampe quasi identiche ai fotogrammi di Your name (capolavoro di Makoto Shinkai). C’è magia nelle notti ancorate a questo tempo ancestrale e dall’identità frattale catturate da Wakui, una magia che forse solo il Giappone può esprimere con queste frammentarie presenze bluette.

Isabella Garanzini per MIfaciodiCultura

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