“A che servono i Greci e i Romani?” A più di quello che si potrebbe pensare

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A che servono i Greci e i Romani? A più di quello che si potrebbe pensare

A che servono i Greci e i Romani?

Pochi anni fa è uscito un agile (141 pagine, rispetto a quello che si potrebbe scrivere sull’argomento) e interessante saggio di Maurizio Bettini, dal titolo A che servono i Greci e i Romani? per Einaudi. Bettini, ordinario di Filologia classica presso l’ateneo senese, si pone (a mio giudizio giustamente) in modo ironico e critico nei confronti di coloro che screditano le materie umanistiche, in quanto esse non producono PIL, sono discipline inerti prive di ricadute utilitaristiche e senza alcuno sbocco per il futuro. Niente di nuovo sotto il sole per chi scrive, laureato in Letteratura inglese e in Filologia germanica, che, ogni volta, deve sentirsi dire: «che cosa ci farai con queste? Troverai un lavoro?»

È scopo di Bettini, attraverso questo saggio, avviare un nuovo paradigma didattico nell’insegnamento delle lingue classiche: i grandi capolavori dell’Antichità devono essere letti e studiati nel loro humus di appartenenza, in quanto depositari di una memoria storico-culturale che, altrimenti, si perderebbe, arrecando un gravissimo danno alla posterità (non che noi ci stiamo particolarmente impegnando per mantenerla). Diventa un imperativo categorico trasmettere a coloro che verranno le epistole di Seneca, le satire di Orazio o i diari di Cesare, assieme anche ai graffiti di Pompei. 

Finora tutto è condivisibile, ma le ulteriori considerazioni di Bettini non mi convincono. Studiare  i classici, sintetizza il filologo senese, non vuol dire attualizzarli: egli critica, a questo riguardo, la riscrittura di Benni dell’Iliade priva degli dei.

Riscoprire e attualizzare i classici non è un’operazione dannosa e deleteria, anzi, nel XXI sarebbe una riconquista significativa per l’uomo contemporaneo. La filosofa americana contemporanea Martha Craven Nussbaum si è molto prodigata nell’attualizzare gli insegnamenti degli Antichi riguardo alla vita di tutti i giorni. Questa rinnovata attenzione al mondo classico si riverbera nel suo saggio Coltivare l’umanità (Carocci, 2014). L’autrice si rifà alla lettera 62 che Seneca rivolge a Lucilio: il filosofo invita il suo corrispondente a coltivare quelli che egli definisce studia liberalia quegli studi che aiutano a elevare e innalzare il senso della nostra esistenza. Ogni studio, a mio giudizio, aiuta a elevare la nostra esistenza, da quello umanistico a quello scientifico, a patto che sia scelto in coscienza e non perché ce lo impone il PIL o la mentalità occidentale affaristica. «Sapere aude, osa di sapere», prorompe Kant nella celebre Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?

Seneca

Se non basta Seneca, c’è un altro filosofo dell’antichità dal quale si potrebbe prendere ispirazione non solo per l’istruzione, ma anche per il vivere quotidiano, cioè Socrate. Il suo metodo maieutico si fonda sul mettere in crisi certezze e conoscenze, attraverso incessanti domande. Questo dovrebbe fare la scuola oggi: non solo insegnare, ma anche far riflettere e favorire il confronto costruttivo  l’uno con l’altro, in quanto esso arricchisce studenti e insegnanti. D’altra parte il metodo socratico ci insegna anche a dubitare di ciò che sentiamo: questo si riflette sulle cosiddette bufale, notizie talmente improbabili che, tuttavia, prendiamo come Vangelo. Se dubitassimo e ci interrogassimo come faceva Socrate coi suoi uditori, forse non saremmo in testa nelle classifiche mondiali per analfabetismo funzionale.

Lo storytelling classico presenta anche un ideale di cittadinanza cosmopolita ante litteram: Greci e Romani riuscirono a costruire due grandi potenze politiche e ovviamente si confrontarono anche con culture e civiltà diverse. Marco Aurelio ci invita a comprendere il diverso da diversi punti di vista, tra religioso, culturale e empatico: dobbiamo comprendere le emozioni e i sentimenti degli altri per conoscere meglio anche noi stessi. Essere cittadini del mondo significa vivere secondo il modello degli Antichi, significa, in termini platonici, uscire dalla caverna e confrontarci col mondo senza paura e senza alcun tipo di preconcetto.

Bettini, a mio giudizio, non sembra cogliere che i classici sono vivi, sono tra noi ogni giorno. Per saperne di più, invece del suo libro, consiglio la lettura di Dionigi (2016) Il presente non basta, dove l’ex rettore dell’Università di Bologna mostra invece come il latino sia vivo e attuale in ogni ambito e aspetto della nostra esistenza, e Gardini (2016) Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile, dove l’autore, professore presso l’Università di Oxford e traduttore, indaga la natura proteiforme e vivissima della lingua dell’antica Roma.

Siamo sicuri che i classici non debbano essere attualizzati?

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. Cinzia Solera dice

    Ogni riflessione volta a cogliere nel mondo classico una continua domanda sul nostro sapere, sul nostro conoscere e conoscerci, è -a mio parere- un motivo per arricchire la nostra essenza di uomini. M.Bettini ha avuto il merito di rimettere al centro della riproposizione degli studi classici il loro insegnamento, e chi lo svolge. I.Dionigi si batte da sempre per la “permanenza del classico”. Trovo che sia fondamentale che gli intellettuali di ogni ordine e grado continuino a collaborare fra loro, senza steccati e “accademismi” strumentali, per difendere ciò da cui proveniamo. Noi siamo anche molto altro, ma questo è l’archetipo. Il nostro.
    Cinzia Solera

    1. Andrea Di Carlo dice

      Gentile Cinzia,

      La ringrazio molto per la Sua risposta e le Sue considerazioni. Ho preso una posizione decisa contro Bettini perché, a mio giudizio, i classici non possono non essere attualizzati proprio perché, come Lei dice, sono il nostro archetipo, il vero e proprio humus della nostra memoria, cultura e anche sapere. Certamente apprezzo il suo impegno in favore delle materie umanistiche (essendo io laureato in Letteratura inglese moderna e medievale so cosa si prova a sentirsi dire “è utile quello che hai studiato?”), ma credo che Dionigi e Gardini abbiano compreso quella “permanenza del classico” che contraddistingue il nostro mondo (volente o nolente il nostro lessico è composto da elementi latini e greci). Attualizzare i classici, a mio giudizio, non significa snaturarli, ma attribuire loro la giusta importanza nella nostra età tecnologica/tecnocratica/volta solo al profitto e all’utile.
      La ringrazio molto per le Sue stimolanti osservazioni e spero di averLe risposto in modo appropriato,
      Un caro saluto,
      Andrea Di Carlo

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