La Sindrome di Stendhal: Firenze e la bellezza immortale dei Medici

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Firenze, piazza Santa Croce

Si chiama sindrome di Stendhal perché fu lo scrittore francese a raccontare per la prima volta quello sconvolgimento psicosensoriale che taluni sperimentano dinanzi ad opere d’arte di straordinaria bellezza. Era il 1817, l’autore de Il rosso e il nero si trovava a Firenze in occasione del Grand Tour, il viaggio esperienziale in voga nel XIX secolo per i giovani adulti, e fu dinanzi alle meraviglie di piazza Santa Croce che egli d’improvviso avvertì un senso di estatico malessere. «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere». 

E’ da poco terminata la fortunata serie della Rai I medici 3 (presto disponibile su Netlix), che racconta la bellezza della città del giglio sotto l’influenza della famiglia Medici. Nel libro di Matteo Strukul, da cui è tratta la serie, si evince quanto il potere e la stessa bellezza non siano gli unici ingredienti, e che persino la Firenze del Magnifico non fu contornata unicamente dalle opere di Botticelli e dalle invenzioni di Leonardo. Ciò nonostante, il lato d’ombra è destinato ad alternarsi costantemente, per sempre, a uno di luce. Così come per lo yin e lo yang, e similmente a qualunque teoria religiosa o meno, la convivenza degli opposti è un dato di fatto. Uno dei motivi per cui la sindrome di Stendhal riscuoterebbe tanto successo implicherebbe proprio uno “scontro” con la bellezza, senza preamboli:

Savonarola: “‘Dio mi ha ordinato di bruciare tutto, tutte le opere. Nessuno si ricorderà mai di Leonardo da Vinci, Botticelli, Michelangelo e gli altri…”
Lorenzo De Medici: “‘Io non credo. Una volta un prete mi disse che è impossibile separare Dio e l’arte; questo perché l’uomo cerca la bellezza, allo stesso modo in cui cerca Dio. Quello che è successo a Firenze e la bellezza che abbiamo creato non saranno mai dimenticati. Ma immagino che questo tu lo sappia già”

Firenze, piazza Duomo

Forse è proprio tale bellezza immortale, non appartenente solo a un’epoca ma trasversalmente viva anche nei futuri, alla base della sindrome di Stendhal. Per Sigmund Freud, la reazione in cui il corpo e la mente hanno dei sussulti insoliti sarebbe da ricondurre a conflitti edipici irrisolti, il che trova parzialmente d’accordo anche la psichiatra fiorentina Gabriella Magherini. Concepì la sindrome come derivante dall’unione tra l’esperienza estetica (che richiamerebbe il contatto diretto del bambino con i seni e le voluttuosità della madre) e un elemento perturbatore, nello specifico un “fatto scelto”. Ne conviene che ci sia un singolo particolare nella grandiosità dell’opera che catturi l’attenzione, travolgendo alcuni conflitti irrisolti e fissati in luoghi nascosti dell’inconscio. Con la scoperta recente dei neuroni mirror, che coinvolngono circuiti cerebrali specifici, è stato dimostrato che compiere delle opere per qualcun altro è esattamente come realizzarle per sé. L’empatia, cioè, sarebbe l’elemento cardine tra una mente- e un corpo- e un altro.

Essendo la bellezza un artefatto comunicativo tra una mente che non c’è più- almeno per quanto riguarda le principali grandiosità di Firenze, anche se la sindrome è stata vissuta anche in tutt’altre realtà geografiche e storiche- e una che vive nel presente, si potrebbe pensare che un singolo dettaglio riveli l’intuito primo, quello istintuale che fece realizare al pittore o all’architetto l’opera d’arte. Comunque s’intenda la sindrome di Stendhal,  la bellezza ha vita eterna: non sempre la si scopre e valorizza nell’immediato, come dimostrano Vincent van Gogh e altri autori che morirono nel semi anonimato e in quasi povertà. Eppure, ciò che si distingue dalla monotonia trova accoglienza nel presente dei posteri, e nei giorni a venire, che è un valore inestimabile.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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