Charles Dickens, o della nascita della letteratura moderna

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A Charles Dickens è stata dedicata una lapide al Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che ricorda la visita del 1844 dello scrittore inglese al cimitero.

Il Dickens World è un museo a tema dedicato allo scrittore Charles Dickens, nella città di Chatham nella contea del Kent, è costato circa 62 milioni di sterline (finanziato con fondi privati) ed è stato aperto ufficialmente il 25 maggio 2007.

A Dickens è stato dedicato un cratere sulla superficie di Mercurio.

Il 9 giugno 1865 Charles Dickens viene coinvolto nell’incidente ferroviario di Staplehurst, nel corso del quale sei carrozze del treno sul quale viaggia cadono da un ponte in riparazione, cosa che lo segnerà moltissimo.

Il fatto è che Charles Dickens (Portsmouth, 7 febbraio 1812 – Higham, 9 giugno 1870) è un po’ come uno di quei paesaggi che si cerca di riprodurre con una fotografia panoramica: lo sguardo, comunque, si sofferma su uno dei dettagli alla volta e così Dickens diventa alternativamente autore eminentemente umoristico o inimitabilmente drammatico, allegro censore dei costumi della società dell’epoca o feroce castigatore degli stessi.

A meno di voler scrivere una vera e propria biografia, cosa che peraltro sarebbe comunque sempre lodevole, pensando a Dickens quindi ci si focalizza di volta in volta sul Circolo Pickwick, su David Copperfield, su Oliver Twist, su Tempi Difficili, ognuna delle quali opere meriterebbe monografie e tesi di laurea (cosa che indubbiamente è già abbondantemente avvenuta all over the world): il problema non è affatto parlare di Dickens, quanto piuttosto parlarne aggiungendo qualcosa per la quale valga la pena rompere il nostro cosciente silenzio.

Probabilmente, quindi, l’unico modo in cui è lecito oggi parlare di Charles Dickens, rompendo così l’aureo silenzio della nostra ancor più aurea mediocritas, è per sensazioni, immagini, riferimenti personali e collegamenti liberi: ad esempio, testimoniando che Grandi speranze è una delle due opere dickensiane predilette nostre, quelle great expectations storico-sociali di quando il mondo intero poteva guardare al futuro con l’incrollabile fiducia e ottimismo leibniziano di un Dodo (ma Dickens non aveva ancora conosciuto né Trump né Salvini, né – per dirla con Primo Levi, Auschwitz), ma anche quelle grandi speranze individuali di quando tutto sembrava possibile da raggiungere, prima che le brillanti qualità che credevamo di avere e le possibilità che pensavamo di sviluppare si rivelassero per glitter da negozio cinese e realizzazione di ciò che siamo, ciò un nulla col codice fiscale. E su Grandi Speranze andate a sentirvi anche l’omonima canzone dei Pooh, qui in una delle loro non infrequenti brillanti interpretazioni.

L’altra pietra miliare dell’opera dickensiana è, piuttosto ovviamente, quel Canto di Natale che tanto materiale ha dato all’immaginario collettivo mondiale degli ultimi 174 anni e che non cessa di generare epigoni, ultima in ordine di tempo la rivisitazione degli iconici tre fantasmi visitanti che è stata dipanata nel film Collateral Beauty.

Su un personaggio come Charles Dickens si affollano gli avvoltoi della vivisezione culturale, quella specie di Lamie che non riescono a cogliere la bellezza, non collaterale ma sostanziale, di un’anima dickensiana e pertanto si accalcano coi loro bisturi ad inchiostro a soppesare e valutare e dare collocazione spazio-temporale precisa sino al pixel di vita ed opere: così, abbiam una ridda di medaglie cultural-temporali delle quali probabilmente lo stesso Dickens avrebbe fatto a meno. Tra queste, il fatto che Dickens viene ritenuto il fondatore del romanzo sociale, per buona sorte di Émile Zola che altrimenti non avrebbe avuto un genere a cui rifarsi (e non avremmo nemmeno avuto Furore da John Steinbeck, ahinoi); aggiungiamo l’interazione con il buon Wilkie Collins ritenuto il precursore del romanzo giallo, spolveriamo il tutto col fatto che Dickens viene ritenuto insuperabile quanto a scrittura di racconti di fantasmi e avremo appena un’idea di quanto lo scrittore inglese abbia significato per la letteratura mondiale a seguire – per tacere ovviamente di cinema, televisione, fumetti, cartoons e quant’altro.

Non che questo, ovviamente, abbia avuto, abbia o possa avere in futuro una qualche presa pratica sulla realtà contingente: a livello globale, tranne pochi sporadici casi, ben poco è cambiato dalle situazioni di denuncia che ispirarono a Dickens, anche attraverso esperienze biografiche personali, l’affresco sulle condizioni della gestione degli orfanotrofi.

Ma Dickens va ammirato al netto della sua collocazione storica, lontana dalle due Guerre Mondiali che avrebbero poi insanguinato il Secolo Breve, pre-esistenzialista, lungi dalla nausea sartriana e dai drammi del labirinto della mente. All’epoca di Dickens, era ancora possibile fondare un giornale come il Daily News e rimanere seri asserendo che i principi guida sarebbero stati miglioramento, progresso, educazione, libertà religiosa e civile, legislazione equa: ma erano ancora lontani i tempi in cui agenzie di indagini statistiche avrebbero emesso classifiche sulla libertà di stampa nei vari Stati.

E comunque anche Dickens si dimette dopo soli 17 numeri dall’incarico di direttore, lamentandosi di essere circondato da incapaci.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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