Aron Hector Schmitz, ovvero Italo Svevo: Trieste e la sua coscienza

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Nasceva il 19 dicembre nel 1861 l’autore de La coscienza di Zeno.

Aron Hector Schmitz, ovvero Italo Svevo: Trieste e la sua coscienzaA ben pensare, non poteva che scegliersi uno pseudonimo “di frontiera”, Aron Hector Schmitz, figlio di un crocevia, di un porto, di un crogiolo di culture: Italo Svevo nacque così, per testimoniare un’anima perennemente divisa in due, in equilibrio tra cultura italiana e tedesca per ascendenza familiare (padre ebreo tedesco, madre italiana). Ma anche l’educazione non è da meno, cittadino austriaco fino al 1918 (nasce il 19 dicembre del 1861), educato in collegio tedesco, e vissuto principalmente e culturalmente in quella Trieste ai confini dell’Impero Austro-Ungarico ma al centro del commercio navale dello stesso e quindi di quel concetto semi-astratto che è la cultura mitteleuropea.

Notiamo appena di sfuggita che di Svevo si conoscono fondamentalmente i tre romanzi (Una vita, Senilità, La Coscienza di Zeno) mentre se ne legge al massimo uno, La coscienza di Zeno appunto, mentre Svevo scrisse anche racconti brevi e opere teatrali, ma a parte pochi eletti e pochi addetti ai lavori un numero esiguo di lettori – anche triestini – conosce Una burla riuscita o L’Assassinio di via Belpoggio.
Tant’è, per quanto amato, Svevo non raggiunge la simbiosi di altri artisti con altre città: chi conosce Vicenza sa che colà ci sono via, piazze, viali, corsi, parchi, asili, scuole, teatri, bar, cinema, biblioteche, supermercati, centri commerciali, e quant’altro tutti dedicati in maniera ossessiva e monomaniacale al pur immenso Palladio.

Svevo ha un rapporto molto più quieto con Trieste, ne divide la statuaria recente con Joyce e Saba, e si vede riflesso, lui autore dell’estraneità alla vita, vero alter ego di Zeno Cosini, nel fatalismo lieve tutto triestino che i latini chiamavano Festina Lente e che i giuliani condensano nel motto «Viva l’A e po’ bòn», figlio della canzone La galina con do’ teste che sarebbe l’aquila asburgica).

follia_02_nel_testo_02Lo Zeno di Svevo, morto a Motta di Livenza, 13 settembre 1928, rimane, comunque, grande e attualissimo: vuoi l’influsso – biunivoco – di e con Joyce, vuoi la scoperta di Freud e della psicanalisi, fortemente connessa alla trama, vuoi il già citato senso di estraneità, di incompletezza, di non appartenenza, il romanziere di frontiera è tuttora un portabandiera dell’angoscia contemporanea, tanto più difficile da combattere quanto più fantasmatiche si fanno le frontiere tra Stati e/o tra uomini. Il tema dell’inettitudine e la cronica condizione patologica dell’esistenza finiscono di dar ragione a chi ritiene Italo Svevo autore estremamente attuale.

Come negare infatti che l’inettitudine sia uno dei tratti distintivi di questo analfabetico periodo storico è apparentemente innegabile: l’analfabetismo funzionale, la xenofobia, le derive dittatoriali, il separatismo e la disuguaglianza sociale eletta a valore possono tranquillamente venire assunti a tratti distintivi del nuovo inetto. Il quale è peraltro un inetto tecnologico, cosa che maschera l’inettitudine stessa con una quantità di orpelli anti riflessivi, perditempo in forma di gadget fintamente interattivi che distraggono l’inetto persino dalla propria inettitudine. Certo, queste possono apparire considerazioni contraddittorie: ma era contraddittoria anche la formazione di Svevo, nella quale convergono filoni di pensiero in apparenza difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall’altro il pensiero negativo e antipositivista di Schopenhauer, di Nietzsche e di Freud.

svevo statuaMonologo interiore e flusso di coscienza sono gli strumenti tecnici con cui l’autore realizza un romanzo psicologico moderno, caratterizzato da una minuziosa analisi dell’interiorità e delle emozioni dei personaggi nonché dell’esplorazione dell’inconscio: il tutto, avendo come riferimento, per tutti e tre i suoi romanzi, una figura di uomo incapace di vivere appieno la vita (con forti tratti pirandelliani, va detto). Addirittura, il primo romanzo, poi intitolato Una vita, doveva inizialmente chiamarsi Un Inetto: qui, vediamo un personaggio inadatto alla vita, abulico, insoddisfatto ma irresoluto, incapace di cogliere i momenti importanti dell’esistenza per approfittarne e goderne, dalla psicologia tortuosa e tentennante, che genera una discrasia tra propositi e azioni reali. E non stiamo parlando di Salvini  quanto pontifica sull’importanza del lavoro o di Adinolfi quando teorizza sulla famiglia tradizionale: l’inetto è Alfonso Nitti, vittima della sua  interiorità che lo schiaccia e gli impedisce di vivere veramente, primo personaggio di un triumvirato in negativo cui appartengono anche Emilio Brentani e soprattutto Zeno Cosini.

Italo Svevo: Trieste e la sua coscienzaCol tema del suicidio (vero, presunto, tentato, realizzato), l’inettitudine chiude il cerchio e diventa condizione universale di una vita vista come malattia esistenziale a cui non si sottrae, a meno di suicidarsi, appunto: ma il vero inetto è persino inetto anche a questo.

«Non è segno di buona salute mentale essere bene adattati ad una società malata», dice Jiddu Krishnamurti; dal novero, escludiamo pure i personaggi sveviani (bene inseriti invece a Trieste, città più vecchia d’Italia, laboratorio di Basaglia e spazzata dalla Bora che “fa diventar mati”): che sono degli antieroi, incapaci di vivere una vita vera, rapportarsi con gli altri, inserirsi in un meccanismo perverso e fittizio come la Società.

Il messaggio di Svevo è universale: alla fine, siamo tutti inetti, eroi da tastiera che amano su Whatsapp e fan politica sui social: fino alle estreme conseguenze degli Hikikomori. Non sognatevi di negare l’attualità del genio di Italo Svevo, pazzi che non siete altro.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. Luigino dice

    Complimenti! Che bello imbattersi in articoli come questo!

  2. Vieri Peroncini dice

    Molte grazie, davvero.

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