The End of the f***ing World 2, la vittoria dell’interiorità senza meta

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Si era già capito dalla prima stagione che The End of the F***ing World, ideata da Jonathan Entwistle, non fosse una di quelle pantomime tutte uguali, prive di spessore o troppo simili agli standard medi in cui l’ironia, l’allegria, persino la tristezza finiscono per allinearsi sempre al medesimo copione, inserite nella banalità di personaggi stereotipati che potrebbero scriversi da soli ogni dialogo. E invece no, così non è nemmeno per The End of the F***ing World 2, disponibile su Netflix, e guai a considerarlo similare al resto. E’ un pezzo unico, una rarità, una trasposizione grottesca e a tratti macabra in cui la psiche si rivela per quello che è, senza censure, e sovente con le sue crisi irrisolte.

James: «Scusami»

Alyssa: «Per cosa?»

James: «Ti ho considerato una risposta»

Ognuno ha un segreto. ognuno ha una colpa. Ognuno ha un amore non dichiarato o potenzialmente non corrisposto. Solo che la vita finisce per ingarbugliarsi quando i segreti, le colpe e gli amori irrisolti s’interconnettono tra loro, come in una grande bianca tela di ragno. Le reazioni rimandano poi al singolo, che può comportarsi in qualunque maniera possibile, razionale o meno che sia. C’è chi è convinto di voler uccidere, non perchè ci sia un motivo preciso ma perché sente che è giusto così (James), mentre c’è chi vuole semplicemente fuggire (Alyssa) e chi ha un alibi per vendicarsi (Bonnie, la nuova protagonista). Dialoghi degni di nota, attori (Jessica Barden, Alex Lawther e Naomie Ackie) che interpetano magistralmente silenzi rispettabili, un’analisi interiore e una rielaborazione del trauma che rimandano, nell’atmosfera, ai grandi intrighi psicologici di Shining e alle musiche rievocanti Twin Peaks.

Il mondo è un gioco ma anche una tremenda realtà, un viaggio che se non si compie con chi si avverte simile a sè non ha alcun senso intraprendere: la morale è che chiunque deve trovare il suo strascico lattiginoso sgualcito per il troppo vagare alla ricerca di sé, e accettarne l’affetto senza più riserve. Questo, forse, significa vivere davvero, in qualunque mondo sia.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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