I grandi classici, Apologia di Socrate, che bevve la cicuta per inventare l’uomo moderno

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La maggioranza può tutto? Che vita attende una democrazia che non sia anche educazione permanente alla democrazia? Ovverosia, il puro esercizio di una democrazia numerica è garanzia di etica? La questione è stata affrontata innumerevoli volte nel corso del tempo, certamente, ma di rado sintetizzata più mirabilmente che dall’aforisma kafkiano «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza politica»; la sua genesi è però di molto più antica del pensiero del genio boemo: possiamo datarla, addirittura al 399 a.C., quando venne pronunciata ed eseguita la condanna a morte di Socrate, mentre la prima riflessione scritta in merito è per quanto a noi noto il fondamentale testo di Platone, Apologia di Socrate, che viene datato tra l’anno stesso della morte del maestro e il 388 a.C..

Al di là dei significati a posteriori, tra cui l’apologia di reato e quello tornato tristemente e prepotentemente di attualità di apologia del fascismo, il significato del titolo va inteso in senso etimologico letterale: l’apologia è, infatti, la difesa in sede di processo di una persona accusata. Difesa che poteva avvenire anche per bocca dell’accusato stesso, come accade nel caso di Apologia di Socrate, testo in forma di dialogo (in senso lato, invero) platonico che riprende appunto il processo che l’anziano filosofo ebbe a sostenere, difendendosi dall’accusa di empietà e di corruzione dei giovani. Possiamo dire che si tratta quindi di un resoconto, di una sorta di verbale processuale ante litteram? Non esattamente, e non con certezza: Apologia di Socrate è anzi ritenuta una versione idealizzata della difesa di Socrate, come ci farebbe sospettare già il solo lasso temporale necessario alla stesura del testo. Appare certo che Platone abbia inteso valorizzare l’eloquenza di Socrate a sua propria difesa, forse (chi può dirlo?) migliorandola o addirittura “romanzandola”.

Nondimeno, Apologia di Socrate è altrettanto verosimilmente l’opera che meno risente di questi rimaneggiamenti, e rimane la fonte più autorevole di informazioni sulle ultime ore del padre della maieutica. Essendo Platone nato nel 429, l’Apologia è da considerarsi un’opera giovanile, con tutte le considerazioni del caso; ma anche aggiungendo tutti i dubbi del caso sulla perdita di senso dovuta alla distanza temporale, alle innumerevoli traduzioni di traduzioni ed al discutibile piacere strettamente letterario che può darne la lettura, questa rimane assolutamente imprescindibile.

Ciò che conta, in Apologia di Socrate, è il protagonista: personaggio storico, padre di tutti coloro i quali sono giustiziati pur sapendone l’innocenza, dal ladro di cavalli a Sacco e Vanzetti, dalle vittime di vendette personali a quelle di ragioni di Stato più o meno oscure, capostipite di tutti gli assassinati in modo perfettamente legale. Non vi è naturalmente bisogno di fare una sinossi della trama dell’apologia, né spenderci sulla pretestuosità delle accuse mosse a Socrate: né, in fondo, conta granché sottolineare il procedimento logico attraverso il quale l’accusato smonta le accuse, mossegli da cialtroni di spessore infinitamente inferiore. Quello che conta, qui, è strettamente la tematica: che è la natura reale della colpa di Socrate, quella per cui viene messo a morte: in misura minima, una certa arroganza nella gestione delle accuse stesse e della proposta di pena; soprattutto, quello che gli viene contestato e che è provato (e, al tempo stesso, smentito): il fatto di essere un sapiente, e di “corrompere i giovani”.

Morte di Socrate, J.L. David

Insomma, da Apologia di Socrate emerge chiaramente che al filosofo è stata fatale la micidiale combinazione del paradosso “so di non sapere” che giustamente in molti hanno ritenuto essere una beffa nei loro confronti (in base all’aureo principio del correggere gli ignoranti per farseli nemici) e della maieutica, che tendeva a dimostrare, a chi avesse voluto ascoltare, che è possibile non già insegnare, ma soltanto mostrare all’allievo il modo di trovare le risorse in sé. In aggiunta, i nemici di Socrate probabilmente speravano che l’anziano filosofo sarebbe fuggito dopo la sentenza di morte: ovviamente sottovalutando il potere della coerenza socratica e l’amore del filosofo per la maieutica appunto, quando in realtà la condanna a bere la cicuta fu un assist clamoroso per Socrate per dimostrare la validità del proprio credo filosofico (per riferimenti contemporanei, vedasi The life of David Gale).

Naturalmente, nemmeno la consapevolezza di creare dei martiri ferma i tiranni. Men che meno quando in gioco vi è la specialità di un singolo individuo, per giunta se dotato di cultura: da Socrate a William Wallace l’eccezionalità dell’individuo è qualcosa che la tirannide (Trasibulo docet) tende sempre a resecare. Lo vediamo molto bene in tempi disgraziati come i nostri, in cui è tornato prepotentemente di attualità anche un testo che non esitiamo a definire socratico come Discorso sulla servitù volontaria di Ètienne de La Boétie: «…più di ogni altra cosa sono i libri ed il sapere a dare agli uomini la capacità di prendere coscienza di sé e a suscitare l’odio per la tirannide, sento infatti dire che in tali paesi non vi sono uomini di scienza e che non sono desiderati», e qui abbiamo la spiegazione sintetica del perché qualsiasi forma di espressione che non sia volgare, becera ed ignobile oggi sia osteggiata e derisa, andando anche bene che i professoroni non possono per il momento essere costretti di nuovo a bere la cicuta. Del resto, dal punto di vista della tirannide, un pensiero socratico, maieutico e qualsiasi forma di ragionamento autonomo sono effettivamente casi di corruzione dei giovani: è solo questione di vedere le cose da un’altra prospettiva, come

Correggi un sapiente e lo farai più sapiente, correggi un ignorante e te lo farai nemico

direbbe il professor Keating.

La straordinarietà della vicenda di Socrate, e di Apologia di Socrate, è che in questo caso la tirannide ebbe tutto l’aspetto di una democrazia e di un processo legale, secondo i canoni dell’epoca, aprendo una fiumana di riflessioni sulla natura dell’uomo, della tirannide, del processo democratico e della fallibilità di quest’ultimo.

Non è difficile trovare, riguardo alla morte del filosofo, la chiosa Socrate bevve la cicuta per inventare l’uomo moderno.

Da questo punto di vista, dobbiamo dire che il tentativo è miseramente fallito.

«Non voglio scappare, non bisogna mai commettere un’ingiustizia nemmeno quando la si riceve»

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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