Come si fanno le cose: rapine, amore ed etica del lavoro, sotto le Dolomiti

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Un idiota con un piano può battere un genio senza un piano: parola di Warren Buffet, che a quanto si dice attualmente dovrebbe essere il terzo uomo più ricco del mondo. Valentino e Massimo non sono dei geni. Non sono nemmeno degli idioti: sono due operai sulla cinquantina che appartengono alla vastissima generazione presente delle vittime di un tradimento clamoroso, quelli a cui sono state cambiate le regole del gioco mentre si stava già facendo la partita, e che quindi si vedono spostare continuamente il traguardo della pensione, con la quale peraltro ben poco potranno ottenere se non la pura sopravvivenza. Però, Valentino e Massimo hanno un piano. Per una rapina. Per la quale, però, nonostante tutto non hanno le competenze necessarie, non sanno Come si fanno le cose.

È con questo carveriano titolo che Antonio G. Bortoluzzi ci racconta la storia di una rapina che potrebbe tranquillamente inserirsi nel filone di genere, quello di Ocean’s eleven o Entrapment per intenderci, ma il cui fine ultimo è la spettacolarità e nulla più. Come si fanno le cose, saggiamente pubblicato da Marsilio editore, è invece un romanzo a sfondo soprattutto sociale: coprotagonista assieme ai citati Massimo e Valentino, è infatti la fabbrica, nella fattispecie tessile (ma non è in fondo importante), turni e certificati di malattia, pause affrettate e crisi aziendali, le tipologie di colleghi e di capireparto. I rischi, di finire come quelli della Thyssen ad esempio. E la stanchezza, tanta stanchezza, contingente ed esistenziale.

«È vero, la fabbrica ci ha ucciso un po’ ogni giorno, ci ha prosciugato l’anima e il cuore in più di trent’anni di lavoro: un lungo e interminabile filo di cotone ci ha avvolti in un bozzolo che ciondola nel nulla e stritolati. Giusto. Solo che l’ha già fatto, capisci? E noi oggi vorremmo riempire questi due vecchi involucri vuoti?»

Antonio G. Bortoluzzi
La fabbrica, luogo di alienazione per antonomasia

Come si fanno le cose ha qualcosa di Carver, ricorda i testi più sociopolitici di Springsteen, ha moltissimo della crudezza descrittiva e cinica del Bukowski di Post Office, e molta della forza teoretica e requisitori dello Steinbeck di Furore. Antonio G. Bortoluzzi fabbrica ci lavora effettivamente da tutta una vita, e sa Come si fanno le cose, sia nel lavoro in sé che, palese talento naturale, nello stendere un romanzo e gestire mille istanze. Perché è vero che il tema principale è in fondo il mondo del lavoro e le sue implicazioni odierne, socioeconomiche ed umane innanzitutto: ma è altrettanto vero che nel suo complesso Come si fanno le cose è un meccanismo complesso ricco di spunti diversi.

L’amicizia maschile, incrollabile nel tempo e resistenze agli eventi negativi come una canna di bambù nella tempesta; il tentativo di riscatto di due vite bruciate, la persistenza del sogno, la fuga in una ideale Puerto Escondido d’Alpago (o una Shangri-la?), la montagna (Bortoluzzi è con questo al quarto romanzo, ed i primi tre erano per l’appunto di ambientazione montana), una complessa formazione (perché uno dei due protagonisti non verrà cambiato dalla storia, ma uno dei due subisce una profonda evoluzione), un’integrazione etnica naturalmente scevra da pregiudizi: troviamo tutto questo in Come si fanno le cose, orchestrato su registri diversi, dall’avventuroso (non dimentichiamoci IL Piano) al malinconico, con la presenza di una ironia che in modo dosato a volte sfocia nell’umorismo vero e proprio.

La montagna, Puerto Escondido del romanzo

In tutto questo articolato marchingegno narrativo, si inserirà l’elemento catalizzatore del tutto: a causare la crisi di Valentino e a risolvere la narrazione interverrà un amore inaspettato e con la maiuscola, chiudendo il cerchio della possibilità di tanti piani di lettura diversi. Su tutti, quello principale rimane quello che potremmo definire di sociologia del lavoro, ma il plus di importanza rimane il fatto che l’importanza della tematica guida viene mitigato, per così dire, nella sua crudezza da una quantità di immagini poetiche e da una tensione di ritorno alla natura, vista sia come momento arcadico, come via di fuga dall’alienazione di un mondo non più a misura d’uomo. Un mondo dove non ci sono più persone, ma «individui ognuno chiuso nella propria auto, casa, fabbrica, ufficio. Ognuno per sé, lontano dagli altri e solo».

E, alla fine, come vera e propria Rosebud.

Quanto alla rapina, tentativo di riscatto con venature addirittura storiche alla quale i protagonisti cercano in ogni modo di trovare una giustificazione etica, va come deve andare: perché

le cose più importanti non diventano tue solo perché le compri, e tantomeno se le rubi. Le cose importanti hanno la pazienza e la solidità del tempo e possono aspettarti mute per decenni

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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