Kintsugi, trovare la bellezza nell’imperfezione 金継ぎ

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Eriin Niimi Longhurst racconta l’arte del kintsugi nel libro Japonisme. Si tratta di una vera e propria filosofia, risalente al XV secolo. Lo shogun Ashitaga Yoshimasa rimase deluso dalle riparazioni dozzinali, pertanto decise di escogitare un nuovo metodo di assemblaggio dei pezzi: non coprì interamente le fessure tra un coccio e l’altro, bensì le lasciò in evidenza. Fece utilizzare dell’oro per riassemblare i pezzi tra loro, in memoria dei danni e delle successive ricuciture. Come è intuitivo comprendere, il kintsugi ha un rimando simbolico ben definito: difficilmente sono le cose, i pensieri, le realtà perfette ad avere quel qualcosa in più, la particolarità nell’omologazione.

«I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne»
Leonard Cohen

Alcuni autori, da Jack Kerouac a Charles Bukowski al pittore dei manichini di gomma fusa, Giorgio de Chirico, sostennero che sono proprio l’imperfezione dell’anima e la confusione stessa a permettere di generare qualcosa di originale. Se è però un compito complesso definire cosa sia la “perfezione”, forse appare un po’ più semplice- anche se assai delicato- comprendere l’imperfezione. Il Sé è l’unione inscindibile tra diverse parti, alcune che spesso difficilmente si legano tra loro, e non è raro che siano stati i grandi autori a non riconoscersi in un’unità coerente e costantemente a posto con la propria immegine.

Se il kintsugi può essere utilizzato come una metafora, potrebbe essere paragonato alla commistione di tristezza e frenesia del padre della Beat Generation e di On the road, e al contempo un tentativo magico di ricucitura della propria immagine anche per il Piccolo principe di Saint-Exupery, che ancora non consapevole della sua persona, del proprio ruolo e del mondo, s’avvia in avanscoperta in compagnia del suo istinto. Kintsugi è fantasia e conoscenza, è il duo inscindibile di ciò che si avverte saldamente come proprio e di quello che invece si tentenna a percepire come dimensione integrante dell’immagine interiore. Kintsugi è un magico ideale di frammenti del Sé, che meritano di essere assemblati tra loro, proprio perchè consapevoli della loro imperfezione.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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