Better to be in Hell or in Heaven? La risposta a John Milton

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Better to be in Hell or in Heaven?

La risposta a John Milton

John MiltonJohn Milton  (Londra, 9 dicembre 1608 – ivi, 8 novembre 1674) è uno dei nomi più importanti della letteratura mondiale, non soltanto di quella inglese. Il titolo di questo contributo vuole essere, in un certo senso provocatorio: è mia intenzione, in questo spazio, riconsiderare l’autore e mettere in evidenza le sue mille contraddizioni partendo dalla celebre citazione del Satana del Paradise Lost, «Better to reign in Hell than serve in Heaven» Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso»).

John Milton si forma a Cambridge come classicista e viaggia in Europa, conoscendo addirittura Galileo, cieco e tenuto sotto controllo nella sua residenza ad Arcetri. La situazione politica in Inghilterra , nel frattempo, sta lentamente precipitando: Carlo I Stuart e la fazione parlamentare-repubblicana, guidata da Oliver Cromwell, sono ai ferri corti a causa del governo dispotico del monarca. Allo stesso tempo, i Puritani di Cromwell (la versione britannica del Calvinismo) sono in lotta contro l’arcivescovo di Canterbury William Laud, assertore di una politica religiosa la quale, a dire dei parlamentari, è troppo “filo-papista”. John Milton, di ritorno in patria, prende posizione contro la monarchia e diventa uno dei più importanti intellettuali repubblicani allo scoppio della Guerra civile (1642-1649). In questo contesto, è opportuno ricordare che la libertà è il tema fondamentale dell’opera dello scrittore inglese.

È proprio in questo periodo che lo scrittore londinese scrive alcune delle sue opere fondamentali: del 1644 è la bellissima Areopagiticaun discorso che Milton stesso pronunciò in parlamento in favore della libertà di parola. Vediamone i dettagli: il titolo deriva dall’Areopago, il colle ateniese dove si amministrava la vita pubblica (un’ulteriore prova del background classico dello scrittore). L’intellettuale si trova a difendere il diritto alla parola, costantemente minacciato dalla Camera stellata (la versione inglese del tribunale dell’Inquisizione) e dallo stesso Carlo Stuart. È opportuno riportare alcuni dei più celebri (e più intensi) passaggi dell’opera miltoniana:

Who kills a man kills a reasonable creature, God’s image; but he who destroys a good book, kills reason itself, kills the image of God […]

Chi uccide un uomo uccide una creatura dotata di raziocinio, l’immagine di Dio; ma colui che distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine divina […]

John MiltonL’argomento di John Milton è molto efficace: uccidere un uomo è indubbiamente un’azione deprecabile, al pari di coloro che censurano un buon libro, in quanto significherebbe uccidere un’idea. Tuttavia questa citazione è ancora più forte della prima:

Give the liberty to know, to utter, and to argue freely according to conscience, above all liberties.

Tra tutte le libertà concedetemi quella di conoscere, di parlare e di esprimermi liberamente secondo coscienza.

Milton ben conosceva la violenza e la barbarie dell’Inquisizione e, al tempo stesso, aveva contezza di ciò che la Camera stellata, agli ordini del re, stava facendo in Inghilterra. Da qui un fortissimo appello alla libertà di espressione e, soprattutto, di coscienza. È mio convincimento che l’autore inorridirebbe di fronte a ciò che oggi si dice in nome della libertà d’espressione.

Del 1649 è Eikonoklastes (“Il distruttore”), dove John Milton si fa assertore del regicidio e saluta con favore l’ascesa del Lord Protettore Oliver Cromwell. L’immagine tradizionale di Milton è quella del repubblicano e sostenitore di Cromwell, ma è bene rivedere questo truismo. Sebbene Cromwell avesse nominato Milton alla carica di Segretario delle Lingue Straniere (il ministro degli esteri), il poeta riuscì a mantenere una certa onestà intellettuale, arrivando a esercitare non poche critiche nei confronti del nuovo regime, non troppo dissimile da quello monarchico. Certamente puritano, certamente repubblicano, ma è opportuno ricordare le (inaspettate) posizioni filo-monarchiche di Milton, il quale vedeva in Alfredo il Grande, il celebre re anglosassone, l’unico salvatore delle antiche libertà inglesi e archetipo per ogni sovrano a venire.

Gustave Doré, Caduta di Lucifero, Paradiso perduto

Del 1667 è il capolavoro assoluto di John Milton, Paradise Lost (“Il paradiso perduto”). Si tratta di una personale revisione del poema epico: se i grandi poemi dell’antichità greco-romana narravano di grandi successi, il poeta sceglie di parlare della più grande sconfitta, cioè la cacciata di Adamo ed Eva. Ma non basta, c’è altro. Da un protestante ci si aspetterebbe un’esaltazione della potenza divina, ma invece la figura esaltata da Milton è Satana. I suoi discorsi, eredità della mighty line di Christopher Marlowe, dimostrano un’inaspettata forza e un continuo rovello psicologico: Satana è l’eroe condannato alla solitudine e, per questo, finisce per diventare il tentatore di Adamo ed Eva. Freudianamente parlando, Satana cerca la condanna, perché (forse) è meglio regnare all’inferno che servire in paradiso (cfr. Paradise Lost, Libro I: 258-263).

Better to be in Hell than in Heaven? ho chiesto all’inizio. La mia risposta? Meglio all’inferno, perché John Milton, con la sua attività intellettuale e umana ha dimostrato che stare dall’altra parte è meglio che sostenere le posizioni convenzionali e sicure, che portano al plauso certo. Un intellettuale come Milton si sentirebbe a disagio nel mondo odierno, soprattutto dopo eventi come Brexit. In conclusione: thanks John for teaching us to love Hell!

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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