Editoriale – del male di accontentarsi ed altre catastrofi sociali, natalizie e no

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Un tempo, qualche era geologica fa, battutisti e fumettisti scherzavano intorno ai sequel cinematografici. Dal punto di vista qualitativo, ché nemmeno costoro potevano pensare a cose tipo Via col vento 2 – la vendetta, o Casablanca vent’anni dopo – i diari di Rick (idee nostre, di libero uso, per carità, non ne rivendicheremo mai la paternità). Si scherzava su Rambo 47, con Stallone in sedia a rotelle, Terminator ormai ruggine e simili facezie. Rocky col catetere, tipo: un sacco ridere. Poi è diventata realtà, e secondo il principio della rana bollita è passata anche la voglia di ridere su opere immortali di tal fatta. E diamo addosso a Martin Scorsese. In nome dell’accontentarsi, di uno strano concetto chiamato accontentarsi.

Leggiamo che forse il rap italiano è finalmente “sdoganato”, finalmente preso sul serio. Sono aspetti dello stesso problema; che non è scoprire la bontà del rap italiano, o che il rap italiano stia aumentando la propria qualità. Semmai, il problema è quello dell’accettazione di sempre nuovi generi musicali che con la musica hanno ben poco a che fare, in attesa di idolatrare i geni della Trap, e di nuove genialate da chiamare Sgnurf o Sgarp. Il problema è accontentarsi. Passare da Bach a Skioffi, da Simone de Beauvoir a Giulia de Lellis. In nome del tornaconto, ovvio. La sola cosa che conta è il profitto, non scordiamocelo mai. In tutti i campi, qualsiasi settore dello scibile umano (scibile…), dalla musica allo sport, dal cinema alla letteratura, dall’architettura all’arte. Alla politica. L’errore non c’è, l’Errore con la E maiuscola, quello che si può individuare ripercorrendo le sliding doors: tolti alcuni dettagli, tipo considerare le persone oneste alla stregua di sciocchi ed i ladri alla stregua di menti brillanti ed imprenditoriali. C’è, incombe su di noi, come il Corvo (quello di Poe, per favore), l’accontentarsi.

Ma tanti, e tante menti brillanti hanno sottovalutato la vexata quaestio dell’accontentarsi (nella speranza di godere), e così facendo scendere precipitosamente la china dei gravi, gravissimi, con moto uniformemente accelerato. E non parliamo dell’accontentarsi socialmente accettabile che incombe su tutti noi a giorni, quello dell’ennesima sciarpa o del maglione con la renna Rennato in 3D. Persino Benedetto Croce, col suo cercare semplicemente uomini onesti, possiamo dire abbia contribuito a dare la stura all’idea che l’onestà basti (ancorché tale honestà sia tutta da dimostrare) a gestire una vita, una nazione, un mondo, un futuro: laddove invece dovremmo essere governati, rettamente certo, da menti in grado di comprendere qualcosa in più dell’hic et nunc, del tornaconto immediato e personale, di pensare da statista e non da politicante.

Accontentarsi. Narcisisticamente, anche, ma sempre con quel moto verso il basso che poi vuol dire solo alimentare la speranza che la linea di discesa cali abbastanza da intercettarci, e ci dia quel quarto d’ora che da troppo ci ha promesso la pop art. Nel frattempo, è tutto un accontentarsi di imbrattatele e autotune. E perché mai la politica dovrebbe essere diversa? Perché l’istruzione? Non si regalano più a Natale, strumenti musicali ai nostri figli, che vogliono fortissimamente accontentarsi dell’illusione che schiacciare un pulsante sia suonare (non parliamo del campanello di casa). Vi sarebbe poi da tenere in conto l’aspetto che il non accontentarsi comporta rischio (in senso anche economico, purtroppo), dubbio, proposta. Incertezza. Fallimento.

Così, tra un aggettivo importante come autorevole buttato lì a caso ed una convinzione che in una settimana e un paio di flash mob si possa aver cambiato la società civile e incivile, continua l’addestramento ad accontentarsi di un mix bruciagrassi di luoghi comuni e ovvietà palesi: mentre constatiamo ogni giorno di più che anche Corrado Alvaro aveva clamorosamente sottovalutato il problema, perché la disperazione che ci coglie non è dovuta al sospetto che vivere onestamente sia inutile, ma dalla certezza provata che è controproducente e autolesionistico.

Accontentarsi. Della discesa dei punti di riferimento: dai geni (sta finendo l’anno di Leonardo) giù giù, tra un crollo delle città e l’altro, fino al personaggetto telegenico del momento (accontentarsi significa anche la predisposizione mentale all’entusiasmo messianico ad intervalli regolari per una figura che funga più o meno da punto di riferimento) che sopra ogni cosa deve consentirci la possibilità dell’identificazione, come un libro di Fabio Volo, che tristezza. Di quelli che di tutto questo rivedersi ad uno specchio truccato (non siamo così belli, tra l’altro, né interessanti) non vogliono saperne, di questo ricercarsi come narcisi non sanno che farsene, cosa resterà? Di quelli che vorrebbero essere sollevati, elevati? Deshi basara. Magari dal letto, anche per meno di ottantamila euro. Non ci sarà spazio per costoro, nel nuovo mondo laborofobo. Il mondo nuovo sceglie la strada più battuta, con buona pace di zio Frost (nome natalizio, nevvero?).

Accontentarsi. Che non è la stessa cosa dell’essere contenti. Lo sapeva bene Hank, Charles Bukowski, che per il concetto di accontentarsi aveva una piccola ossessione, e che tra le tante cose disse «Avrei potuto accontentarmi, ma è così che si diventa infelici». A livello individuale, certo; a livello sociale, che potrebbe negare che la nostra è ormai una realtà infelice ed astiosa? Il destino dell’accontentarsi di essere guidati da guitti e ladruncoli (come predisse Platone) è la disperazione. A meno di accontentarsi proprio tanto, certo.

Autorevoli auguri di un buon Natale e di un accontentoso Anno Nuovo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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