La rivelazione artistica: “Arcaico torso di Apollo” di Rilke

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La rivelazione artistica: Arcaico torso di Apollo di Rilke

Strani incontri si fanno gironzolando erranti nei musei: mi è capitato più e più volte di percepire una rivelazione oltraggiando la scultorea impassibilità di statue o dipinti. Come ne La morte della Vergine di Caravaggio: l’imponenza del quadro mi aveva lasciata di stucco, mezz’ora di tempo non mi è bastata per approfondire la bellezza e la profondità del capolavoro. La massa oceanica di persone che balzavano ingenuamente da un’opera all’altra, gettando un’occhiata ai dipinti meno celebri – e solo per questo – meno degni di attenzione era chiara e imbarazzante. Ma che succede se un quadro ti destabilizza e ti disorienta? Oppure, sensazione ancor più misteriosa e per questo maggiormente rivelatrice, a quali conseguenze porta un quadro o una scultura parlante?

Lo sguardo aggressivo degli artefatti ci penetra e ci comunica, è la teoria dell’atto iconico di cui parlava Bredekamp ed è realtà: negare l’esistenza alle opere, rifiutare la loro soggettività e la loro capacità intrinseca di sgusciare fuori dalla propria latente passività è il primo passo per liberarsi della maniacale ossessione di conservare la prima persona, è un’elevazione spirituale che ci libera dalle catene dell’egoismo e dell’individualismo egocentrico.  

Rainer Maria Rilke ha saggiato sulla propria pelle questa sublimazione trovandosi di fronte un antico torso di Apollo conservato al Louvre. Busto che non ha volto, né braccia né gambe, ma che ha lanciato un monito e insieme un consiglio al poeta: Du mußt dein Leben ändern, ovvero Devi cambiare la tua vita». 
L’imperativo etico di cambiamento, conversione, echeggia nelle orecchie di Rilke, il quale non solo si sente in balia di questo torso che parla, ma si sente anche segretamente osservato. Si sente contemplato “nello spettacolo dell’universo“, come disse Lacan riferendosi alla pungente abilità delle cose di fissare il loro sguardo su di noi.

Perché là non c’è punto che non veda
te, la tua vita.

rivelazioneIl torso è incaricato dalla sua stessa energia di ricordare all’osservatore, disertore nella forma in un’epoca in cui l’estetica è solo choc e disturbo, la necessità di rivoluzionarsi, di attuare la propria metamorfosi in nome di quella saggezza che i Greci auspicavano. È come se spettasse all’arte e a nient’altro dettare il codice etico, civile e morale della società, non più letterati, filosofi e giornalisti, non più burocrati né pseudo saggi impregnati di dottrina teologica: un torso antico di marmo senza arti moventi, dotato però di un’anima. Il deterioramento dell’opera non limita Rilke nella sua prodigiosa immaginazione: egli vede un busto per intero, completo di ogni sua parte mancante:

Non conoscevamo il suo capo inaudito
in cui maturarono i pomi oculari. Ma
il suo torso ancore arde come un candelabro,
dove il suo sguardo, ormai scorciato,

si conserva e risplende. Non potrebbe sennò la curva
del suo petto abbagliarti, e scorrendo la torsione delicata
dei lombi non riuscirebbe un sorriso a posarsi
su quel luogo centrale cui spettava la procreazione.

Sarebbe sennò deforme questa pietra e corta
sotto lo spiovere invisibile delle spalle,
e non tremolerebbe come polo di belva feroce;

e non irradierebbe da ogni suo contorno
come una stelle: perché non v’è punto qui
che non ti veda. Devi cambiare la tua vita.

È l’epifania poetica che scaturisce da una rivelazione: che sia una scultura o una persona, l’empatia e la corrispondenza tra le cose ha luogo, è, esiste. Come quando Andrè Breton scrisse riferendosi ad una donna:

Prima ancora di sapere in che cosa potesse consistere la rivelazione che tu mi portavi, sapevo che era una rivelazione.

Dunque la donna è poesia e così come il torso di Apollo che instaura un rapporto sublimante e didattico con l’osservatore è poesia a sua volta.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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