Jean-Luc Godard e l’estrema rivoluzione di “À bout de souffle”

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Jean-Luc Godard e l’estrema rivoluzione di À bout de souffle

poster-a-bout-de-souffle-11951. Jean-Luc Godard in questo momento è un giovane come tutti, pieno di sogni nella testa: nato il 3 dicembre 1930 si trova a studiare alla Sorbona di Parigi. Dopo essere uscito dall’ospedale psichiatrico (forse affetto da cleptomania) conosce il critico cinematografico André Bazin che lo introdurrà nel mensile cinematografico Cahiers du cinemà. Un ambiente dinamico, capace di portare alcuni dei suoi redattori a esordire alla regia: il giornale, nato con la volontà di occuparsi del “cinema per il cinema”, sarà il trampolino di lancio di Godard.

Godard è sempre stato un animo irrequieto. Nel decimo numero della rivista riesce ad aprire uno scontro generazionale, non solo nella redazione, ma in tutto il mondo della settima arte. Il suo pezzo sul film L’altro uomo di Hitchcock (maestro indiscusso assieme a Rossellini per i nuovi cineasti) si conclude con la non enigmatica frase «Il lettore avrà notato che tutti gli attacchi di questo articolo erano rivolti contro i capiredattori»: Truffaut, Rohmer e lo stesso Godard, ossia i redattori più giovani, entrano in contrasto con quelli anziani. Sarà questa spaccatura a unirli per gettare le basi della Nouvelle Vague. Nell’estetica di questa nuova tendenza, il regista verrà visto come capo indiscusso dell’opera, riuscendo sempre a cogliere nella loro interezza gli ambienti naturali preferiti come quelli ricostruiti (grazie alla troupe composta da poche persone), lasciando grande spazio all’improvvisazione.

a-bout-de-souffleManifesto del movimento è proprio un’opera di Godard, À Bout de souffle (Fino all’ultimo respiro), del 1960. Esso è un omaggio al cinema americano, dove le tematiche cardine erano i giovani e il loro sentimento di estrema libertà. Libertà stessa che permea sia la storia sia il modo in cui essa è stata girata. Prima di tutto il film è stato girato (è un lungometraggio, va ricordato) in appena 23 giorni e il costo di tale opera è stato di meno della metà dei film dell’epoca. Il protagonista è il fuorilegge e assassino Michael (Jean-Paul Belmondo), personaggio contraddittorio. Il motivo è semplice: egli è autentico (perché il film sembra quasi un documentario sulla sua vita) sia costruito (esibizione recitativa sopra le righe, come per far capire che stesse recitando). Il suo gesto di passarsi il pollice sopra le labbra è considerato come uno dei movimenti più famosi del cinema, come possono essere le gambe accavallate di Sharon Stone in Basic Instinct.

belmondoBelmondo grazie alla rivoluzione messa in atto da Godard, romperà spesso la tradizione, dando al suo personaggio un’aura di sfrontatezza giovanile ma al contempo di libertà. Ma è il regista l’essere più libero del film: interviene con numerosi jump cut (fotogrammi eliminati arbitrariamente dall’inquadratura) e rende irrilevante un momento drammatico come l’uccisione del poliziotto per innalzare a principale un momento di poca importanza, come la quasi estenuante camminata per gli Champs-Elysèes di Michael e Patricia (Jean Seberg). La macchina da presa è stata inserita in un furgoncino apposta per far camminare davanti i passanti e rendere tutto più credibile. La città di Parigi entra nella storia e diventa non solo sfondo ma anche personaggio. Il dialogo tra i due non viene sottolineato e tocca allo spettatore captare le parti più importanti nel discorso, come nella realtà.

Ma questi momenti di realismo vengono interrotti nel finale con l‘agonizzante, lunga, lenta ed esibita morte di Michael. Godard, con questa scena troppo recitata, vuole far vedere al pubblico che quello che ha visto non è solo una bella storia ma è prima di tutto cinema. Finzione e libertà allo stato puro.

La cultura è la regola. L’arte è l’eccezione.

Marco Gobbi per MIfacciodiCultura

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