“Elliott Erwitt. Family”: ritratto dolce e irriverente in mostra al Mudec

0 245

Sono 60 le fotografie selezionate dallo stesso Elliott Erwitt per Mudec Photo. Giunte sino in Italia e in mostra al Museo delle culture (via Tortona 56, Milano) fino al 15 marzo 2020, gli scatti convergono sulla famiglia. Si tratta di un tema universale, che forse può essere riassunto nelle parole di Lev Tolstoj, il quale scrisse che tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo proprio. Analogamente al vate russo, anche Erwitt ha catturato alcune essenze d’intimità che, ognuna a modo proprio, sul momento hanno attirato la sua attenzione.

Elliott Erwitt, Francia, Parigi, 1989

Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere con la volontà o il desiderio cosciente del fotografo. Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato.

(Elliott Erwitt)

Uno dei fotografi più celebri del XX secolo, insieme a Brassai e Bresson, Erwitt ha sintetizzato il ritratto di famiglia mandando in frantumi l’austerità degli schemi tradizionali, proponendo invece dei modelli innovativi, alcuni dei quali piuttosto anticonformisti e contro i moralismi benpensanti dell’epoca. Forse apparrà lineare lo scatto a Douglas, Wyoming (1954), in cui una famiglia è apparentemente riunita a pranzo. Eppure, osservando le espressioni del bambino e del padre seduti vicino, si comprenderà quanto lo stupore misto a dolcezza siano del tutto atipici. Nel frattempo, una sagoma agghindata d’anziano osserva la scena, forse sorridendo, intenta a pensare chissà cosa.

Elliott Erwitt, Usa, Douglas, Wyoming, 1954

La commuovente foto del ragazzino che si stringe al padre seduto a tavola la realizzai su commissione, ma fu scartata. Il committente voleva immagini allegre di bambini felici. Così dovetti andare a cercare un piccolo cowboy contento. Forse la mia reazione è puramente personale, perché quell’immagine mi ricorda me stesso. Quel bambino viveva con i nonni e il padre andava a trovarlo per il pranzo della domenica. Mentre gli altri parlavano, lui improvvisamente allungò le braccio e si strinse al padre. Guardate gli occhi dell’uomo mentre questo accade. Sono occhi che parlano

Elliott Erwitt, Usa, New York, 1953

Erwitt immortala le fisionomie in bianco e nero, consegnandole a un’eternità senza tempo. Così accade con le donne dei suoi dipinti, tante e ognuna valorosamente unica nel suo genere. Nella fotografia scattata a New York nel 1953 compare la figlia di Erwitt, che in un vestito a quadrettoni è intenta ad osservare dal bordo del letto il suo primogenito sdraiato sul materasso, mentre un gatto alza le orecchie e veglia placidamente sulla scena rassicurante (un po’ come il cane di Parigi, 1989, che su una divano osserva curioso la scena). Un’altra donna è la compagna di Robert Frank, che danza nella cucina di casa, a braccetto con la sua giovinezza del 1952. Era Spagna, era Valencia, e i due amanti si abbracciano, mentre un’ombra di lampadario e quella di un vaso di fiori si rifrangono sui motivi della parete a sinistra. E’ un istante, un frammento di vita, un’intimità giovane.

Elliott Erwitt, Usa, New York, 1951

Un’intimità altrettanto eloquente non poteva che riprendere come soggetto Robert Frank, il fotografo autore de Les Americains (1954) e accompagnatore di Jack Kerouac, il quale racconta nei Diari delle nebbiose albe d’America che confondono i rossi dei semafori e dei sogni senza età. L’opera di Erwitt è del 1951 e ritrae Frank abbandonato su un letto, con il lampante bianco del cuscino e del telo che avvolge il bambino, in perfetto contrasto con lo scuro della figura adulta. Eppure, il corvino di Frank non stona affatto, anzi fa da pendant con il suo opposto, in un’armonia di rara dolcezza, come solo il labbro leggermente dischiuso e parimenti gli occhi che s’affidano a una mano avvolgente sul capo di un bambino possono trasmettere. E’ devozione silenziosa, è respiro di eternità

C’è una cosa che la fotografia deve contenere, l’umanità del momento. Questo tipo di fotografia è realismo. Ma il realismo non è abbastanza. Ci deve essere la visione. E le due cose insieme possono fare una buona fotografia.
Robert Frank

La magia delle famiglie di Erwitt è questa: eternità rarefatte, giovinezze e adultità che non invecchiano e fisionomie che, da qualche parte, sono ancora lì. Irriverenti, con lo stesso stupore di allora.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.