“The Wall”, il manifesto musicale dei Pink Floyd

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È luogo comune pensare che nel panorama musicale mondiale e in particolar modo nell’universo del rock, esistano dei cosiddetti mostri sacri più riconosciuti, più evidenti, che in altri ambiti artistici. Come nessun critico o appassionato musicale ci tiene a mettere in discussione il nome dei Nirvana, dei Rolling Stones, dei Clash, dei Kiss, dei Led Zeppelin, così nessuno mai avrebbe da ridire su quest’altra band rock che rivoluzionato il suono e ha fatto impazzire tutto il mondo con il suo successo: i Pink Floyd. Come per tutti gli artisti che si rispettino, non può mancare un’opera, un album in questo caso, che li consacri definitivamente sul piano internazionale: stiamo parlando di The Wall, pubblicato il 30 novembre 1979 e nominato dalla rivista Rolling Stone come l’ottantasettesimo album migliore della Storia. I Pink Floyd in seguito all’uscita organizzarono il The Wall Tour tra il 1980 e il 1981, che si distinse per le sue scenografie spettacolari. Perciò, vista la portata dell’anniversario in questione, non si può che inchinarsi al cospetto di quest’incredibile successo, di questo oggetto di culto musicale.

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Pink è il protagonista fittizio di The Wall: un uomo che ricorda le sembianze di Roger Waters e Syd Barrett, due dei membri del gruppo. Durante le ventisei tracce del disco, tredici per il lato A e tredici per il lato B, è ripercorsa la storia di questo personaggio alle prese con numerose difficoltà della sua vita privata. Infatti, Pink è stato segnato dalla morte del padre, ucciso in guerra, e dal divorzio dalla moglie, per non parlare del suo spaesamento causato dal suo essere rock-star e dall’iperprotettività di sua madre. Detto ciò, in tutta questa vicenda si cela il famigerato muro dei Pink Floyd, esplicato proprio dai muri psicologici e caratteriali che il personaggio si è creato attorno a sé. E, sempre a proposito di muri, non si può non citare il fatto che la canzone celeberrima Another brick in the wall fece da colonna sonora, metaforicamente parlando, alla caduta del muro di Berlino, avvenuta a dieci anni di distanza dalla pubblicazione dell’album.

Dunque, il monito dei Pink Floyd sembra essere questo, cantato e gridato da generazioni e generazioni ormai:

We don’t need education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers, leave the kids alone…

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Un’immagine del videoclip di “The Wall”

Le menti degli studenti non devono essere controllate, omologate, spiazzate, asfissiate. Non deve essere imposta loro qualunque dottrina. La critica è quanto mai aspra e diretta, e anche per questo più facilmente banalizzabile. Ma per una volta, lasciamo spazio alle domande, lasciando che sia la musica a parlare e certamente lo stile inconfondibile dei Pink Floyd il suo ruolo l’ha svolto più che bene. Dunque, ripercorrendo la genesi di questo album, i fili conduttori assolutamente si trovano nelle paure umane, nelle angosce sociali, nei turbamenti esistenziali. Pink urla, piange, si dimena. Così come potrebbe fare qualsiasi altro personaggio ideale che vive le contraddizioni della vita, e come potrebbe capitare anche a qualcuno di noi.

Ma The Wall non finisce qui, perché tre anni dopo il disco uscirà nelle sale cinematografiche il film Pink Floyd – The Wall da un’idea di Roger Waters e per la regia di Alan Parker, che si avvalsero del fondamentale apporto del disegnatore Gerald Scarfe. Il risultato fu una pellicola assolutamente sperimentale, in cui a parlare sono soltanto la musica stessa della band e il montaggio, che svolge la sua funzione primaria nel mondo del cinema, ovvero quella di costruzione, di capovolgimento, di inventiva.

il set del muro
Il set di “The Wall”

La questione sorge spontanea: oggi come oggi The Wall ha ancora da dirci qualcosa, e soprattutto, cosa? La risposta è affermativa, perché i mostri sacri hanno sempre da comunicare qualcosa. A rinfrescarci la memoria c’è una mostra (allestita presso lo Hernandez Gallery di Milano fino al 15 gennaio 2017) dal titolo Behind the scenes, realizzata grazie agli scatti in bianco e nero di David Appleby, proprio dietro le quinte delle riprese del film, e grazie ai bozzetti creativi di Scarfe.

Perciò, giunti alla fine della strada, se ci troviamo davanti un muro, sta a noi scegliere da che parte stare. Sta a noi scegliere se tornare indietro, lasciandolo intatto nella sua cattiveria, nel suo malessere, nel suo dolore, o se distruggerlo, questo maledetto muro, dando così una svolta a tutte quelle battaglie che siamo costretti ad affrontare, che siano muri quotidiani e straordinari, privati e pubblici. Chissà che, al di là del muro, si nasconda un mondo alla The Truman Show che è meglio non conoscere, oppure una camera vuota che aspetta solamente la nostra presenza.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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