I Grandi Classici, Tartarin di Tarascona satira dell’800, da riscoprire oggi

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Facemmo conoscenza con Tartarino attraverso Paperino. Più precisamente, attraverso quelle meravigliose operazioni culturali che sono le parodie dei Grandi Classici della Disney (le Grandi Parodie), che hanno avvicinato alla lettura sicuramente più ragazzi di quanto abbiano mai fatto dei forzosi, noiosissimi ed intempestivi compiti per le vacanze. Quindi, venne prima per noi la conoscenza di Paperin di Tarascona che quella di Tartarin di Tarascona, prima la parodia e poi l’opera originale. E che fa? Il risultato è stato quello di avvicinarci all’opera principale di Alphonse Daudet, autore francese vissuto a metà del 19° secolo che, come purtroppo molti, è oggi pressoché sconosciuto.

E non è un bene, perché Tartarin di Tarascona è un breve romanzo di una straordinaria modernità umoristica. In effetti, vi è una sorta di karma nel fatto che possa venir conosciuto attraverso una parodia, come quella Disney, poiché in effetti sia i libro che il personaggio stesso di Tartarino sono, in effetti, delle parodie, nella fattispecie del classico romanzo ottocentesco di avventura e viaggio, e non è certo un caso se il prode Tartarino, uomo di mezz’età dal fisico infelice e tendente alla pinguedine, sbruffone e mitomane, è un accanito lettore dei romanzi di James Fenimore Cooper, in una casa grottesca in cui abbondano le armi, che servono solo ad andare a caccia di berretti (la caccia al berretto è una delle occupazioni principali dei tarasconesi) e a vagheggiare viaggi che puntualmente non avvengono.

Tartarin di Tarascona non fu inizialmente un successo, soprattutto presso gli abitanti di Tarascona (che si trova in Provenza), dipinti in modo sbeffeggiante nei loro molti vizi e pochissime virtù. Verosimilmente, dato il tono del racconto, a Daudet sarebbe convenuto ambientare le avventure del suo eroe in una terra immaginaria, aumentando così peraltro la rassomiglianza con altri racconti fantastici e grotteschi, da Don Chisciotte a Gulliver (che echeggiano qua e là), per tacere del Barone di Münchausen.

Castello di Tarascona

Nondimeno, alla lunga Tartarino diventa un personaggio familiare al lettore, tanto che quella che lo vede protagonista è addirittura una trilogia, composta anche da Tartarino sulle Alpi e Porto Tarascona; e da essere protagonista appunto della parodia Disney, ma anche di diverse trasposizioni a fumetti e cinematografiche, a partire da Méliès nel 1908 fino ad un lavoro del 1962; anche la Rai, peraltro, ne fece due sceneggiati televisivi, il secondo dei quali nel 1968 con il grande Tino Buazzelli.

La storia di Tartarin di Tarascona si apre fin dalla prima pagina sotto il segno dell’ironia, con la descrizione del giardino di Tartarino in cui un baobab vive in un vaso da gerani, e viene descritta la collezione d’armi di un cacciatore che va, come detto, a caccia di berretti. Così, in un ambiente borghese dove tutto è millanteria, il mitomane per eccellenza vive un’esistenza tranquilla e al centro dell’attenzione: ma, come in tutte le comiche, finisce per trovarsi coinvolto in una caccia al leone a cui gli tocca partecipare per davvero, partendo oltretutto per l’Algeria proprio lui che non era mai andato oltre il paese limitrofo. La caccia al leone si rivelerà, ovviamente, un fallimento: il solo leone che Tartarino riuscirà ad uccidere sarà un vecchio esemplare cieco tenuto in cattività da un mendicante che lo esibisce nelle piazze. Eppure, per Tarascona una vecchia pelle di leone è sufficiente per consacrare definitivamente Tartarino come local hero.

Volendo, possiamo tranquillamente ascrivere Tartarin di Tarascona anche alla categoria della satira (in odor di Swift), essendo qui messa alla berlina tutta la mentalità borghese e di piccolo cabotaggio; e possiamo anche trovare spunti di sorprendente modernità, quanto Daudet ci mostra come, affinché una notizia diventi vera, per i bravi abitanti di Tarascona è sufficiente che essa venga ripetuta una quantità sufficiente di volte. Anche a livello individuale: perché a furia di ripetersi e ripetere del suo viaggio a Shangai, Tartarino stesso finisce per credere di esserci stato per davvero.

È un apologo anche sulla verità e sulla natura della menzogna: Daudet evidenzia la cosa prendendo in considerazione il tipo meridionale francese, ma in realtà l’occhio vede caratteristiche endemiche dell’animo umano. La fantasticheria, il desiderio di avventura in assenza del coraggio per intraprenderla davvero, è una cosa che la società postindustriale ha sublimato nella necessità di impegni inesistenti, di vedo persone faccio cose, di riunioni inutili e di gadget indispensabili il cui scopo è quello di possedere dei gadget che ci facciano sentire persone impegnate. Per cui, Daudet può dire a buon titolo «Tartarino non era un bugiardo. La sua menzogna non è una menzogna, è una specie di miraggio. Sì, un miraggio: il sole trasfigura tutto, e fa ogni cosa più grande di quello che sia naturalmente». Quello di cui vorremmo poterci illudere tutti, prima o poi.

 Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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