C. S. Lewis: non c’è soltanto Narnia

Oltre Le Cronache di Narnia

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C. S. Lewis: non c’è soltanto Narnia

Clive Staples Lewis, meglio noto come C. S. Lewis (Belfast, 29 novembre 1898 – Oxford, 22 novembre 1963) ha avuto la sfortuna, come tantissimi scrittori, di essere conosciuto soltanto per una sola opera, cioè il ciclo di Narnia. Con questo articolo spero di dimostrare che lo scrittore nord-irlandese ha scritto e ha operato in moltissimi campi dello scibile, dalla teologia fino a toccare vette altissime negli studi filologici, assieme all’amico e collega John Ronald Reuel Tolkien.

C. S. Lewis
C. S. Lewis

Nato nella Capitale nord-irlandese, Lewis, crebbe circondato da libri e letture di ogni tipo, finché non rimase colpito dalla letteratura norrena, che egli ribattezzò Northerness (in italiano traducibile con “carattere del nord”). Le saghe norrene produssero in lui quella che egli ebbe a definire joy, un sentimento di romantica nostalgia nei confronti di un mondo medioevale ormai inattingibile (ciò che in tedesco si chiama Sehnsucht, la nostalgia per un mondo che ormai non esiste più). Con questo spirito, lo scrittore di Belfast divenne studente allo University College di Oxford.

La Irishness di Lewis è un dettaglio sul quale intendo soffermarmi. Egli si trovò completamente spaesato nella città universitaria inglese, sia perché avvertiva l’accento britannico come qualcosa di demoniaco e, soprattutto, perché detestava il paesaggio. In seconda battuta Lewis condivide la stessa ideologia di William Butler Yeats, il simbolo del nazionalismo irlandese e uno dei più fini studiosi di mitologia celtica. Non c’è da stupirsi se egli abbia finito per dire:

Thanks the gods that I am Irish

Siano ringraziati gli dèi, se sono irlandese.

Nonostante fosse il nipote di un pastore della Chiesa d’Irlanda (la versione irlandese della Chiesa d’Inghilterra), Lewis divenne ateo all’età di quindici anni, in quanto non riusciva a spiegarsi l’esistenza di Dio e, soprattutto, dopo aver letto Lucrezio (V: 198-199):

Nequequam nobis divitus esse paratam Naturam rerum;  tanta stat praedita culpa

Se il mondo fosse stato creato da Dio non sarebbe fragile e manchevole.

Inklings

Tuttavia, durante il periodo oxoniense, Lewis, allo stesso modo del figliol prodigo evangelico, tornò a essere un membro devoto della Chiesa anglicana, divenendone un membro laico e appassionato apologeta. Attraverso questo schizzo è possibile comprendere la complessità dell’autore nordirlandese. Passiamo, adesso, a un’analisi della sua opera accademica e narrativa.

Nel 1936 Lewis scrisse The Allegory of Love: A Study in Medieval Tradition (“L’allegoria dell’amore”). Si tratta di uno studio puntuale della poesia d’amore medioevale francese e di quella tardomedioevale e rinascimentale inglese (da Gower e Chaucer fino a Edmund Spenser). Assieme a Tolkien, egli divenne uno dei principali animatori del gruppo degli Inklings, intellettuali e accademici che si incontravano ogni martedì mattina presso l‘Eagle and Child Pub di Oxford per discutere di fantasia e narrativa. Lewis stesso ebbe a ricordare in modo quasi commovente nella sua autobiografia Surprised by Joy lo stretto legame di amicizia che lo legava allo scrittore sudafricano:

When I began teaching for the English Faculty, I made two other friends […] HVV Dyson and JRR Tolkien. Friendship with the latter marked the breakdown of two old prejudices. […] I had been (implicitly) warned never to trust a Papist and […] never to trust a philologist. Tolkien was both. 

Quando iniziai a insegnare inglese divenne amico di HVV Dyson e JRR Tokien. Diventare amico con quest’ultimo mi permise di mettere in discussione due pregiudizi. Ero stato messo in guardia dai cattolici e dai filologi. Tolkien era entrambi.

Passiamo adesso all’opera che ha consacrato C. S. Lewis, ritenuta un classico della letteratura per bambini, ma che in realtà contiene molto altro che la fa poco adatta a un pubblico infantile, The Chronicles of Narnia (1950-1956, “Le cronache di Narnia”). Il mondo fantastico dell’autore irlandese è tutt’altro che semplice, ricco com’è di allusioni al cristianesimo e alla tradizione celtica. Di seguito i titoli e i temi affrontati: The Magician’s Nephew (“Il nipote del mago”): la Creazione e come il male entrò a Narnia; The Lion, the Witch, and the Wardrobe (“Il leone, la strega e l’armadio”): la Crocifissione; Prince Caspian (“Il principe Caspian”): il ripristino della vera religione; The Horse and His Boy (“Il cavallo e il ragazzo”): la conversione di un gentile; The Voyage of a Dawn Treader (“Il viaggio del veliero”): la vita spirituale; The Silver Chair (“La sedia d’argento) :la lotta contro il male; The Last Battle (“L’ultima battaglia”): un’allegoria dell’Apocalisse.

L’influenza romantica non si esaurisce mai nell’opera di Lewis: se da una parte è forte l’ascendenza cristiana, dall’altra vi è la critica al mondo moderno e industrializzato, svolta attraverso i riferimenti al mondo celtico.

Nessun’analisi di Lewis sarebbe completa senza menzionare The Discarded Image (1964, “L’immagine scartata”), dove lo studioso si sofferma sulla cosmologia e la letteratura medioevale. In conclusione spero di aver dimostrato la complessità e la difficoltà dell’opera di Clive Staples Lewis, un vorticoso insieme di filologia, teologia, apolegetica cristiana e, soprattutto, orgoglioso delle sua origine irlandese, in un momento in cui la Repubblica d’Irlanda si trova a gestire la difficile situazione lasciata da Brexit. Non c’è soltanto Narnia (che poi così semplice non è).

Andrea Di Carlo per MIfaccioDiCultura

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