Il tocco del pianista, brillante romanzo su musica e tatto a filtrare la realtà

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Non c’entra Giorgio Gaber. Ma c’entra la musica, e molto. E anche se tutta la musica è questione di tocco, o di tatto, c’entra il pianoforte: quindi, abbiamo sotto mano una di quelle operazioni difficili, che va a toccare campi sensoriali diversi e suscitare sensazioni appartenenti a sensorialità diverse da quella della lettura, attraverso la lettura, in una narrazione sinestetica. Dicevamo, non c’entra Giorgio Gaber; ma il richiamo alla genialità della musica è insito nella scelta di quelle due iniziali a noi così care (troppo poche per essere un’allitterazione), che il protagonista del Il tocco del pianista è Gabriel Goldman, è per l’appunto un pianista, del tutto particolare, ben oltre il sottile confine dell’eccentricità, ipocondriaco e incapace di valicare i propri fantasmi, in un modo che ricorda da vicino il GG del pianoforte per antonomasia, ossia Glenn Gould. Nondimeno, si avverta un incipit che ricorda alla lontana un altro grande romanzo multisensoriale, Profumo di Süskind, nel tentativo riuscito di catapultare fin da subito il lettore nella dimensione sonora e musicale, così impossibile da raggiungere a parole eppure così fondamentale per il prosieguo della lettura.

E se uniamo Glenn Gould ad un romanzo, peraltro scritto in modo encomiabile, cosa ci può sovvenire se non Il soccombente di Thomas Bernhard? La grandezza del tocco, letterario: è questo il termine del paragone tra il grande romanziere tedesco e questo Mirt Komel, che ha appunto scritto Il tocco del pianista con l’abilità di un consumato romanziere (si diceva qualche tempo fa che Predrag Matvejevic era un predestinato al Nobel, ma chissà…) e che invece è al suo esordio letterario. Ma Komel è un filosofo, docente all’Università di Lubiana, e già autore di teoria politica, antropologia sociale e psicoanalisi teoretica: in questa moltitudine epistemologica, Komel ha portato e porta avanti studi filosofici sul tatto: e con Il tocco del pianista traspone la sua materia di studio in forma di romanzo; nel contempo, pubblicandolo in Italia, Carbonio editore ha realizzato il trait d’union perfetto tra la propria propensione editoriale alla filosofia con quella per il grande romanzo d’autore, “tradendo” soltanto, ma per una buona causa, quella al recupero, all’archeologia letteraria recente, proponendo autori e storie per disparati motivi sfuggiti

Mirt Komel

all’occhio del lettore italiano.

Con Il tocco del pianista la scommessa è di quelle a colpo sicuro, e non tanto per il successo ottenuto sinora in patria – la Slovenia, per inciso – ma per la sapienza letteraria che vediamo dispiegarsi sotto i nostri occhi sotto forma di figure retoriche (non si era capito, finora, vero?), cambi di prospettiva, ammiccamenti al lettore, afflato poetico, suggestioni e percezioni che rendono la lettura magmatica, fluttuante (qui fluttuano tutti, si potrebbe dire, parafrasando tutt’altro), quasi un frattale, giusto per essere ardimentosi quanto Komel. In tutto questo, un personaggio indimenticabile nell’assoluto ombelico del romanzo: Gabriel Goldman (va bene, il richiamo a Glenn Gould è davvero fin troppo facile), che conosciamo da bambino, prodigio ça va sans dire, e che da adulto incappa in un incidente a seguito del quale sviluppa una terribile fobia, quella del tatto. Gabriel non può più toccare nulla e nessuno (intravvediamo della mitologia, in ciò?): nulla, tranne i tasti del proprio pianoforte.

Glenn Gould, “ideale” protagonista del romanzo

La metafora dell’arte, dell’artista che filtra l’esistenza solo ed esclusivamente attraverso il mezzo artistico, fine e nel contempo metodo e ancora di salvezza è evidente. Ma è solo uno dei punti che si dispiegano sotto il tocco (è il caso di dirlo) sapiente di Mirt Komel, che apre tutta una serie di riflessioni filosofiche sull’esistenza, il suo significato e la sua assenza di significato, in un caleidoscopio di suggestioni che ogni lettore può interpretare anche alla luce della propria filosofia. Su tutto, ovviamente, il fascino praticamente (praticamente) archetipico del pianoforte, le sue innumerevoli valenze metaforiche, dagli 88 tasti al susseguirsi del bianco e nero, ebony and ivory, la coralità insita in uno strumento singolo, pianoforti che attraversano la jungla e che segnano una vita di viaggi in nave, in una ridda di immagini emotive eguagliabili soltanto dagli scacchi.

È evidente da quanto detto che tutto Il tocco del pianista vive una dicotomia a cavallo tra saggio e romanzo, riuscendo a non far rimpiangere la programmatica mancanza di una scelta di campo in tal senso: un saggio (con tanto di note) avvincente come un romanzo, romanzo tematico come un saggio, la bellezza di questa lettura sta proprio nell’infinita gamma di sonorità filosofiche che ci vengono proposte, e che fanno sì che ci si possa felicemente soffermare a riflettere sulla pagina appena letta, dilatando il tempo della lettura e dell’esistenza. Il tempo passato a pensare al tempo, al suo scorrere e alla sua inesistenza. «Il tempo per lui non aveva più alcun peso, ma anche lo spazio che lo circondava si era dissolto nel nulla».

Il senso del tatto, uno dei protagonisti del libro

Così scorre il tempo di lettura de Il tocco del pianista, tra ironia (sì, Komel è dotato di un formidabile senso dell’ironia, e di un occhio critico circa i malvezzi sociali e i punti oscuri endemici dell’animo umano) e malinconia, sotto il segno del disagio nelle relazioni umane – cosa che ce li fa apprezzare oltremodo, Komel e la sua Creatura.

Al quale Gabriel Goldman si spalanca dentro un vuoto, anzi: «in mezzo a tutte quelle persone si sentiva un niente, un vuoto niente. Attorno a lui si muovevano robot senz’anima e con vestiti addosso, spinti a correre». Così, tra Goethe e orologiai, tra una suggestione del Corvo di Poe ed un elogio del meccanismo in rapporto all’inaffidabilità dell’anima, si dipana il romanzo e la conoscenza dell’uomo di Mirt Komel, talmente profonda da scrivere frasi che da sole varrebbero l’intero romanzo.

Gabriel restò lì, con il viso triste dei bambini che vedono la gioia di un gioco senza fine trasformarsi nella delusione della sua compiutezza

Sino ad ora, Il tocco del pianista ha ispirato in patria opere musicali e financo figurative e plastiche: ci azzardiamo a prevedere una trasposizione cinematografica? La sceneggiatura è lì, basta allungare la mano. In attesa del prossimo romanzo.

Benvenuto, Mirt.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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